Biografia Ilio Barontini

Nasce a Cecina il 28 Settembre del 1890 , da Turildo e da Emilia Marrucci.

Operaio meccanico, a tredici anni già milita nel Movimento Giovanile Anarchico. Quando entra a lavorare come apprendista al Cantiere Orlando, si iscrive al Partito Socialista. Nel 1920, assunto nelle ferrovie, entra nel Consiglio provinciale del Sindacato Ferrovieri Italiani e nello stesso anno, quale esponente dell’ala sinistra socialista, viene eletto nel Consiglio Comunale. Nel 1921 è tra gli organizzatori del Congresso di Fondazione del Partito Comunista d'Italia al Teatro San Marco, partito di cui diventa nel 1922 prima Segretario della Federazione provinciale e successivamente di quella interprovinciale di Livorno e Pisa.

Nel 1922 è fra gli organizzatori di uno sciopero dei ferrovieri e subisce la prima condanna ad alcuni mesi di carcere.

Quando, il 6 agosto 1922, i fascisti provenienti da tutta la Toscana danno l'assalto al Palazzo Comunale costringendo il Sindaco socialista Mondolfi alla fuga, pena "l'impiccagione sulla pubblica piazza", Barontini fa parte di una Giunta unitaria dove siedono ancora i comunisti, ad oltre un anno e mezzo dalla scissione del Goldoni.

Per la sua attività antifascista è processato dal Tribunale Speciale fascista e, nel 1931, viene costretto ad espatriare in Francia in quanto "convenientemente vigilato", come è riportato in un rapporto della Questura. Lascia Livorno in piena notte con una barca a vela partendo dagli Scali delle Cantine e, evitando ogni sorveglianza, raggiunge Bastia. Con lui viaggia anche Armandino Gigli, fratello minore di Piero e Pilade, uccisi dai fascisti sulla soglia della loro casa, in via Santo Stefano, il 4 agosto 1922.

Barontini si trasferisce subito a Marsiglia dove, su incarico del PCI, lavora ad organizzare il movimento antifascista fra i lavoratori emigrati italiani.

Nel settembre del 1932 si reca in Unione Sovietica dove entra a far parte del Club Internazionale degli Emigrati, quale membro della Segreteria del Comitato della Sezione Italiana. In questo ruolo svolge anche un’opera di educazione politica verso gli italiani che, per varie ragioni, si trovano in URSS. Durante la permanenza in URSS lavora in fabbrica e studia materie tecniche diventando direttore di reparto con la qualifica di ingegnere.

Togliatti però, realizzato che Barontini, nel duro clima di sospetto e di repressione che l'URSS vive in quegli anni, rischia di pagare i tratti del suo carattere autonomo ed i rapportii critici pervenuti su di lui dai servizi segreti staliniani, lo fa rientrare in Francia.

Allo scoppio della guerra civile spagnola è inizialmente incaricato di organizzare il trasferimento dei volontari attraverso la Francia. Giunge in Spagna nella seconda metà dell'ottobre 1936 arruolandosi nel Battaglione Garibaldi e, negli elenchi della base di Albacete, si registra col proprio nome ma come proveniente dal... Messico. Vale la pena di notare che Barontini solo qui cede al "peccato di orgoglio" di combattere per i suoi ideali internazionalisti adoperando la propria identità. Infatti, all'appellativo di "Baroni" usato nei primi anni francesi, farà seguire quello di "Fanti" in URSS, di "Jangas" al suo rientro a Parigi, "Paulus" con i partigiani etiopici, "Jobbe" o "Giobbe" quando tornerà in Francia e infine sarà "Dario" in Italia.

Barontini è con Randolfo Pacciardi e Guido Picelli alla battaglia per la conquista di Mirabueno dal 4 all’8 gennaio 1937, nell’azione volta a bloccare l'attacco a Madrid dal Nord Est. Appena conquistato il monte Kataral, 20 chilometri oltre Guadalajara, viene riacquartierato a Madrid col Battaglione dei volontari italiani ed immediatamente ridislocato nella valle del fiume Jarama, dove l'intervento sarà decisivo per la riconquista del ponte di Arganda, in precedenza conquistato in una sanguinosa sorpresa dalle truppe marocchine.

Durante questi combattimenti le schegge di un obice feriscono lievemente alla testa Pacciardi. Ilio assume allora anche il comando militare della formazione, benché leggermente ferito ad una spalla. E' lui, in sostituzione di Pacciardi, a guidare il Battaglione Garibaldi nelle incerte quanto esaltanti giornate della Battaglia di Guadalajara, fra l'8 e il 24 marzo 1937, con cui fu respinto un nuovo tentativo di attaccare Madrid.

Barontini è calmo, non alza mai la voce. L'11 marzo schiera le truppe che fiancheggiano la strada di Brihuega, frenando l'avanzata dei fragili carri armati leggeri (non a caso soprannominati dai soldati “scatole di sardine”) del generale Mario Roatta che verranno ricacciati in disordinata fuga dai nuovi e più efficaci carri armati forniti dall'URSS. Nelle successive giornate tocca proprio a lui, toscano, inviare i garibaldini della 4a compagnia a fronteggiare il Battaglione fascista "Lupi di Toscana" che era riuscito ad occupare il fortificato Palacio de Ibarra, da dove verrà scacciato da un'azione coordinata fra le formazioni spagnole, due compagnie del Battaglione Garibaldi ed il Battaglione franco-belga della XI Brigata Internazionale. Nei primi giorni del maggio 1937, durante la repressione della sedizione anarchica a Barcellona, Ilio si pronuncia esplicitamente contro l'impiego degli "internazionali" ed è molto turbato dalle notizie che giungono sui "processi di Mosca".

Nell'agosto dello stesso anno -come commissario politico del battaglione - vive la sconfortante operazione che avrebbe dovuto portare alla conquista di Saragozza, esauritasi con esiti strategici mediocri, errori sul campo ed ingiustificate perdite di combattenti.

Ilio, rigoroso nell’esigere il rispetto della disciplina, è però attento agli aspetti umani ed al rispetto che ritiene dovuto ai volontari stremati dalla fatica e dai sacrifici. Questa consapevolezza lo porta ad urtarsi con i comandi militari superiori quando, il 24 settembre '37, dopo due ore di pioggia torrenziale, fa ritirare negli acquartieramenti di Pastelnou (regione di Teruel) le truppe schierate in attesa di una ispezione da parte del comandante del XII Corpo d'Armata spagnolo, Casado, che era in grave ritardo.

Barontini, per placare le ire dei comandi, sebbene difeso da molti suoi compagni, viene richiamato in Francia. Si chiude così l'impegno di Barontini nella Guerra di Spagna.

Alla fine del 1938 il Centro Esteri del PCI invia Ilio in Etiopia per contribuire alla resistenza degli etiopici contro l’aggressione mussoliniana, in accordo con la segreteria del negus Hailé Selassié ed elementi dei servizi militari francesi. Inizia a collaborare con i guerriglieri per opporsi al pugno di ferro usato da Rodolfo Graziani in Etiopia, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in Spagna. Tra le sue attività c’è la pubblicazione del giornale La Voce dell’Abissinia, stampato in due lingue con mezzi di fortuna per favorire la propaganda antifascista anche tra i lavoratori e i soldati italiani.

Nell'estate del 1939 lo raggiungono altri due garibaldini che avevano combattuto in Spagna: il goriziano Anton Ukmar e lo spezzino Bruno Rolla. La loro missione dura fino al giugno 1940, quando scatta l'aggressione fascista alla Francia.

Richiamati in Europa, i tre italiani raggiungono il Sudan e, dopo essere stati accolti dal generale inglese Alexander, si imbarcano a Karthoum su una nave della Croce Rossa Internazionale.

Con la Francia di Petain in ginocchio davanti a Hitler, Barontini nell'estate del '40 si impegna nell'organizzazione dei maquis e da piccoli colpi con le rivoltelle passa ad azioni combinate tra i diversi gruppi con l'uso di bombe e dinamite. Giunto a Parigi, Barontini istruisce e guida piccoli gruppi della capitale ai quali insegna a produrre e usare le "bombe Jobbe", anche se la situazione della città rende estremamente rischioso operare. Ilio si sposta a Marsiglia alla metà del '41, dopo essersi salvato dalla prigionia in un campo di internamento tedesco grazie all’intervento del governo sovietico, poiché nella "zona libera" le condizioni per operare sono più agevoli.

Quando i tedeschi estendono il loro controllo diretto anche al sud della Francia, Barontini diventa capo di stato maggiore dei Franc-tireurs et partisans français nel marsigliese e guida clamorose azioni di guerriglia tra cui l'attentato all'Hotel Terminus, residenza degli ufficiali nazisti.

Rientra in Italia nel settembre 1943, con il nome di "Dario", per raggiungere Bologna che sarà la sua base per il lavoro nella Resistenza. Da qui si sposta in altre città dell’Emilia Romagna e a Torino e Milano per organizzare le Squadre di Azione Patriottica (SAP) ed i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), assumendo poi la direzione del Comando Unificato Militare dell'Emilia Romagna. Agli Alleati consegna una Bologna ormai liberata. Il generale Alexander, che lo aveva conosciuto alla fine della missione in Africa, gli appunta sull'uniforme la Bronze Star. Giuseppe Dozza, il primo Sindaco della città, gli conferisce la Cittadinanza Onoraria.

Livorno era stata liberata il 19 luglio 1944 e quando "Dario" torna nella sua città la trova governata da Giunte Unitarie Antifasciste, insediate da più di dieci mesi dal Comitato di Liberazione Nazionale in accordo con il Comando Alleato. Viene subito eletto Segretario della Federazione del PCI, in sostituzione di Aramis Guelfi inviato a continuare il lavoro nell'Italia meridionale. Nel 1946 è eletto all'Assemblea Costituente che elaborerà e approverà la Costituzione repubblicana. Membro della Direzione del PCI, il 18 aprile 1948 viene eletto dai livornesi senatore della Repubblica.

Dopo l'attentato a Togliatti (14 luglio '48), Barontini riesce a scongiurare azioni estreme da parte della base operaia della provincia di Livorno, facendo leva sul suo carisma e sulla fama di combattente.

"Il Generale", come lo chiamano amichevolmente i suoi compagni più vicini, muore assieme ad altri due membri della Segreteria della Federazione Livornese del PCI (Otello Frangioni e Leonardo Leonardi), in un incidente stradale vicino a Firenze mentre si reca nel capoluogo toscano alla Celebrazione del 30° anniversario della Fondazione del Partito Comunista Italiano.

Fonti:
Archivio AICVAS,
Era Barontini e Vittorio Marchi, Dario, Nuova Fortezza, Livorno, 1988.
Gigliola Dinucci, Barontini, in Pier Luigi Ballini (a cura di), I deputati toscani all’Assemblea Costituente. Profili biografici, Regione Toscana, Edizioni del’Assemblea, Firenze, 2008.
G. George Picot, L'innocence et la ruse. Des étrangers dans la Résistance en Provence 1940-1944, Ed Tirésias, Paris, 2000.
Archivio di Stato, Casellario Politico Centrale.

 

Ultimo aggiornamento: 15/06/2012