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25 febbraio 2013 - Scoprire Livorno

Il quartiere della "Venezia Nuova"

Veduta del quartiere Venezia Nuova (Foto: Andrea Corsaro) Veduta del quartiere Venezia Nuova (Foto: Andrea Corsaro)

Alla scoperta del celebre quartiere della Venezia, nel cuore di Livorno, così chiamato perchè, attraversato da canali e ponti, rammenta la città della Laguna.

L'inizio. L'incremento delle attività marittime e commerciali di Livorno, sul finire degli anni venti del XII secolo, pose l'esigenza di un ampliamento degli spazi cittadini adibiti a case e magazzini. Vi era in particolare l'esigenza di dotare la città di un quartiere mercantile posto in diretta comunicazione con il porto, e di contenere la popolazione, richiamata numerosa da una serie di benefici e privilegi promossi dal granduca Ferdidando I.
Tra il 1629 e il 1645 si procedette quindi alla costruzione del quartiere della "Venezia Nuova" cosidetto perchè ricavato sopra una zona strappata al mare e intersecato di canali.
Molti gli edifici storici nel quartiere: tra vecchie e nuove case del centro cittadino nacquero alcuni palazzi di famiglie molto importanti come i Bartolommei sugli Scali del Pesce, i Bertolla in Piazza della Fortezza Vecchia, i Bicchierai e gli Huiguens in Via Borra, i Niccolai Gamba sugli Scali del Corso ed altri ancora.

A spasso per il quartiere. Passeggiando oggi per le strade della Venezia, poco dopo aver attraversato il cosiddetto "Ponte di Marmo", costruito nel 1629 e rifatto nel 1734, troviamo sulla destra la via degli Scali del Pesce (gli Scali erano il luogo dove veniva scaricato il pesce destinato alla Pescheria Nuova che sorgeva, dal 1705, nel luogo dove fino a qualche anno si trovava la caserma dei Vigili del Fuoco di Livorno). Antica quanto è antico il quartiere, questa strada costeggia il tratto del Fosso Reale e divide il rione dal resto della città.
All'inizio della strada, nel palazzo sull'angolo con la Via Borra,  ebbe la sua sede nel Settecento il consolato d'Inghilterra, mentre vicino è situato l'edificio che ospitò il Commissariato di Polizia.


Palazzo Bartolomei sugli Scali del Pesce in una foto d'epoca

"Il Ponte di Marmo è un cenotafio consacrato dai figli della Venezia Livornese alla memoria dei loro morti". Questa frase fu scritta da Angelica Bartolommei nel suo libro su Livorno e ricorda le iscrizioni che nel tempo sono state fatte sulla balaustra in marmo del ponte omonimo. La più lunga riporta le seguenti parole: "D.O.M. - Alla cara memoria di Giovanni Calafati. Che cessò di fruire".
La Via Borra è una delle più importanti vie di comunicazione della città, non tanto per quello che oggi rappresenta ma per quello che ha significato nella storia civile e commerciale di Livorno. Il professor Alberto Razzauti definì questa strada come "nobile decaduta" per ricordarla quale "sede eletta di classi abbienti e spesso teatro di vita fastosa".
La strada ha inizio dalla Via del Porticciolo e si conclude in Piazza dei Domenicani. Il suo nome è legato a quella del generale Dal Borro artefice della costruzione della zona nel tardo Seicento. Su questa strada si affaccia il palazzo detto "l'isolotto", quello delle "colonne di marmo", quello del ricco mercante Huiguens. Lungo questa strada vi fu un famoso laboratorio di corallo e magazzini di varie nazioni straniere.


Chiesa di S. Caterina (Foto: Andrea Corsaro)

Anche le chiese della "Venezia" sono fra le più antiche e importanti della città come quella di Santa Caterina da Siena, a pianta ottagonale con sei cappelle, costruita per i padri domenicani a partire del 1720. Fu ideata da Giovanni Del Fantasia e completata nel 1753 sotto la guida di altri ingegneri.
Nel periodo dell'occupazione francese il convento adiacente fu adibito a prigione e tale rimase fino al 1985.
E come non citare "Crocetta" località all'interno del quartiere "Venezia" con la sua Chiesa di San Ferdinando detta appunto di "Crocetta", la sua costruzione nel 1707 a spese del Principe Ferdinando De Medici (figlio di Cosimo III) e completata nel 1717.
Padre Saglietto dei Trinitari fu' il parroco storico di "Crocetta" che fondò "La Pia opera per la salvezza della gioventù" che aveva lo scopo di raccogliere i giovani del popolo e dar loro un'istruzione e un'educazione civile.

Il quartiere della "Venezia Nuova" nel 1700. Nonostante i molti cambiamenti subiti, osservando il rione della Venezia è possibile capire quella che è stata la vita della sua gente. In mezzo a quel che resta di vecchi edifici, alle chiese, riecheggia il rumoroso e colorito linguaggio della sua gente operosa e si respira ancora quell'aria di altri tempi che gli regala un fascino senza eguali.
Nel '700 venezia era il quartiere mercantile per eccellenza, residenza dei consoli delle Nazioni e dei grandi negozianti Internazionali, le cui capienti cantine a volta aperte sulle vie d’acqua, traboccava di merci di ogni provenienza in attesa di essere imballate e rispedite via mare per le più diverse destinazioni.
I palazzi lungo i canali di proprietà di questi Signori erano dotati di alte Torrette che consentivano di osservare i segnali delle navi in arrivo, i ponti che si specchiavano sull’acqua dei canali e gli scorci più suggestivi caratterizzati dalla imponente costruzione ottagonale della Chiesa dei Domenicani o dalla Mole delle due Fortezze la Vecchia e la Nuova.
Questi palazzi sorretti da una fondazione di tipo misto "pali e muratura" possedevano al suo interno una chiostra che, in epoche più infelici, è assurta a deposito di liquami. Composti da più piani, possedevano un fondaco posto a livello del fosso dotato da una cubatura più che sufficiente a soddisfare le crescenti esigenze del mercato e da un piano terra che si apriva sulla strada superiore, mentre il primo piano era destinato a ospitare abitazioni dei padroni, con porte e finestre architravate, spesso però la facciata veniva arricchita da un modesto terrazzo balaustrato, infine all’ultimo piano le stanze destinate alla servitù.


Veduta del quartiere Venezia Nuova (Foto: Andrea Corsaro)

Nasce così l’edificio tipico della Venezia Nuova, costruito da manovalanze venete e straniere, la cui tipologia, sulla quale influisce l’esperienza acquisita nelle Fiandre da Giovanni Francesco Cantagallina, resta un episodio tipico del luogo.
Un esempio è il palazzo sullo Scali Rosciano, oggi sede dell’Autorità Portuale, che fu fatto costruire nel 1669 da Giuseppe Rosciano, un mercante Ligure, che fra i primi ebbe l’idea di erigere un palazzo che pur presentando tutti i caratteri e l’eleganza di una residenza aristocratica aveva sulla strada prospiciente al canale dei Navicelli ampi fondi a volta per immagazzinare le merci.
Con questa nuova fase di costruzione del quartiere nasce il problema di come collegarlo al resto della città, e per questo lo stesso Cantagallina e il progettista Annibale Cecchi trovarono una soluzione al problema, creando un raccordo fatto di strade disposte ortogonalmente al Canale dei Navicelli, in modo da congiungere la Venezia Nuova con Piazza Grande.
Ancora oggi, nonostante i vuoti causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale occupati da condomini degli anni '50, il quartiere mantiene il suo fascino e percorrendolo si ritrovano le scenografie e gli scorci che lo resero famoso.


Una veduta insolita della Venezia sotto la neve (Foto: Andrea Corsaro)

Il quartiere raggiunse il suo massimo splendore dopo che Cosimo III concesse l’insediamento di alcuni ordini Religiosi, dei Trinitari e dei Domenicani, che con l’aiuto delle rispettive case madri e di importanti committenti costruirono bellissime chiese con importanti arredi e statue e stucchi di gusto Barocco, come la Chiesa di San Ferdinando Re e quella a pianta centrale dei Domenicani. Inoltre furono costruiti due grandi complessi per accogliere ed educare i giovani, nel Luogo Pio furono recluse le fanciulle per insegnare loro il ricamo ed il cucito mentre al Refugio furono rinchiusi i giovani vagabondi per essere trasformati in marinari.
Nell’Ottocento a causa delle trasformazioni del sistema portuale dovuto alla navigazione a vapore e allo sviluppo della città borghese al di la del fosso circondario, il quartiere Venezia fu abbandonato dai ricchi mercanti e divenne il quartiere abitato dalla carovana degli scaricatori veneziani, che avevano l’esclusiva per la manipolazione del pesce salato, stoccafisso e baccalà. Purtroppo il degrado dei canali, non più accuratamente ripuliti, inizia a farsi sentire, causando diverse crisi di epidemia colerica che si cercò di arginare con l’operazione di sventramento e la copertura nel 1889 dell’antico Canale dei Navicelli creando il Viale Caprera.
Per molto tempo il quartiere mantenne un carattere popolare e colorito e i suoi abitanti rivendicano ancora oggi un grande senso della solidarietà ed una fiera identità di appartenenza al loro quartiere.


“Effetto Venezia”, la tradizionale manifestazione estiva di arte, musica e spettacolo che si svolge nel quartiere (Foto: Andrea Corsaro)

Da ricordare anche la presenza in passato di due importanti teatri all'interno del quaritere della Venezia: il Teatro San Marco e il Teatro degli Avvalorati. Il primo venne costruito nel 1806 dall' architetto Salvatore Piccioli e da Gasparo Pampaloni per conto di Luigi Gragnani e fu solennemente inaugurato tre anni dopo, il 27 aprile.
Nel frattempo ne era divenuta padrona l'Accademia dei Floridi che invitò allo spettacolo inaugurale la regina di Etruria Maria Luisa che da due giorni si trovava a Livorno. Maria Luisa volle dare al teatro il nome del figlio Carlo Ludovico. Qualche anno dopo, nel 1848, col nome e stemma della prima, si formò la nuova Accademia che acquistò il teatro.
Nel 1883 il teatro fu di nuovo venduto a privati. Luigi Ademollo dipinse sul soffitto la reggia del sole e nel sipario il trionfo di Cesare dopo la vittoria sul re Farnace, nell'esterno dei palchetti (136 riccamente adornati e distribuiti in cinque ordini) ventiquattro episodi dell'Iliade.
Nel 1852, l'Accademia affidò all'architetto Cappellini il restauro del teatro; fu tolta la “piccionaia” e, al suo posto, fu posta una balaustrata dipinta dai fratelli Medici i quali aggiunsero sui trofei del Tasca, ornati che coi primi mal si intonavano. L'edificio fu completamente distrutto durante la guerra ed i preziosi dipinti di Luigi Ademollo purtroppo andarono persi. Sui ruderi, dove sono rimaste intatte sei colonne ioniche per cinque archi, è posta una lapide che ricorda la nascita del Partito Comunista Italiano nel 1921.

Il Teatro degli Avvalorati. Col trascorrere degli anni lo sviluppo della città e la sua crescita demografica avevano reso insufficiente lo spazio e la struttura dello "Stanzone", nonostante gli ampliamenti e le modifiche apportate nel tempo. Nel 1782 viene così inaugurato, con "l'Adriano in Siria" del Metastasio, musica di Luigi Cherubini, un nuovo teatro eretto nelle vicinanze della chiesa degli Armeni (da quì il nome "dagli Armeni").
Il teatro viene acquistato nel 1790 dall'Accademia letteraria degli Avvalorati, di cui esso adotterà il nome e lo stemma.
Distrutto dai bombardamenti del 1944, al suo posto sorge oggi un largo viale che ne ricorda il nome.

(Tiziana Savi)