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CN - Comune Notizie N░ 88 - 2014

Si apre con un articolo di Gilda Vigoni dedicato alla Casa natale di


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I dodici Babbi Natale

I dodici Babbi Natale di Leonardo Gonnelli I dodici Babbi Natale di Leonardo Gonnelli

Racconto di Leonardo Gonnelli

Vigilia di Natale: sono imprigionato in uno di quegli scatoli di cemento armato che molti si ostinano a chiamare centri commerciali. Dodici Babbi Natali gonfiabili di dimensioni gigantesche fluttuano leggeri nel salone principale addobbato con il miglior consumismo del terzo millennio.

Mi viene in mente che sono proprio dodici i muscoli che debbono essere attivati per un sorriso, pare invece che ne occorrano più di settanta per fare una faccia di “bip…bip”. Le conclusioni tiratele un po’ voi.
Siamo d’accordo, la fisiognomica non è matematica, ma se t’incazzi devi attivare più muscoli. Va tutto bene mi dice un amico, però io mica posso ridere tutto il giorno come fanno i cinesi. Nell’arco di un giorno uno avrà pure il sacrosanto diritto di arrabbiarsi e poi quella storia che i cinesi ridano sempre è soltanto una bufala colossale, come quella che i gatti orientali alzino la zampina perché sono comunisti.
Sempre il mio amico dice che al giorno d’oggi è difficile vivere senza che qualcuno non ti faccia arrabbiare, e quando si avvicina il Natale sembra che si determini quella congiuntura astrale perfetta: Palle-Babbo Natale-Incazzatura.

Mentre faccio la fila e attendo il mio turno per pagare alla cassa, c’è un Babbo Natale un po’ piacione seduto su un trono perfettamente adattato alle renne di peluche che ha accanto. Da circa un’ora ho il cervello trapanato dal pianto isterico di un bambino che non ne vuole sapere di tacere. Cosa fare? Attivo dodici muscoli della migliore temperanza o settanta di furia selvaggia? Non vi sembra più confacente abbandonarsi al lato oscuro di un’incazzatura tipo Lord Fener rammentando quel buon uomo di Erode e quell’idea niente male di organizzare meglio la demografia? Mentre non vi pare oggettivamente stridente riderci su, pensando che questo pianto sia un inno democratico alla vita?
Nessuno è in grado di comprendere perché la mamma ed il papà costringano il piccolo allo stress di una fila micidiale, e soprattutto perché, invece di recarsi a Rovaniemi nella casetta degli gnomi, i genitori abbiano optato per un grande magazzino strapieno come un’arca di Noè.

Forza, cerchiamo di risolvere il Natale: comprategli un bel giocattolino e fatelo tacere! La mamma abbraccia il bambino che subito si calma e sorride sprofondando nelle sue tette morbide (mica scemo), e sarà che così cucciolo somiglia un po’ ad una scimmietta, ma mi viene da pensare all’origine del sorriso nella grande storia dell’ominazione. Quando l’uomo era poco più di una scimmia Catarrina è noto che fosse l’istinto a governare i suoi comportamenti. Del resto cosa avrebbe potuto far ridere un australopithecus. Forse un mammuth inferocito che gli voleva fare la festa o una di quelle tigri con i denti a sciabola alla ricerca di carne sapida. E poi diciamoci la verità: avete mai visto un disegno dei nostri antenati? Quando si trovavano di fronte un maschio e una femmina di australopithecus, con tutto il rispetto per il darwinismo, non doveva essere proprio il massimo: la testa con la fronte pronunciata, la forte prognatura della mandibola, una dentizione non propriamente da attori, l’alito dall’accento di pasta di acciughe. Tutte cose che poco favorivano il sorriso, e poi nessuno sarebbe stato in grado di raccontare neanche una barzellettina sui carabinieri.

Insomma diciamocelo! L’uomo preistorico era un bel rompino e sarebbe stato perfetto per una serie di sedute da qualche psicoterapeuta di grido o per una puntatona di qualche reality demenziale. Antropologicamente parlando e per come lo intendiamo noi, il sorriso è qualcosa che l’uomo deve aver scoperto più tardi: l’aumento dei cm3 della sua capacità cerebrale, la conoscenza, l’inizio del linguaggio, l’inizio dell’alfabeto, l’inizio di una cognizione predittiva. L’uomo preistorico comincia a immaginare un futuro. Forse inciampa in un imprevisto, un po’ come hanno ben imparato i clownes, una scivolata maldestra, una scintilla che scocca e incendia il bordo di una pelle, l’uomo comincia a zampettare in una danza buffa, si rotola per terra per soffocare le fiamme e tutti gli altri cominciano a ridere come scimmie (appunto!). Non è accaduto niente di grave: gli zigomi si sollevano, gli occhi si stringono e divengono più lucenti, l’animo si dispone per la prima volta a qualcosa di nuovo.
Soltanto migliaia di anni dopo scopriremo che la chimica ci mette del suo: l’organismo libera le nostre morfine naturali: endorfine, encefaline e simili, positive molecole di benessere.

Ed eccomi qui in fila a pensare che la scarsa propensione di ridere dell’homo sapiens sapiens, deve essere per via di quei milioni di anni che la nostra specie ha trascorso in una costante incazzatura agevolando e allenando con più frequenza quei settanta muscoli. Nei grandi magazzini il pomeriggio della Vigilia di Natale, la gente non ha alcuna voglia di usare quei dodici muscoli. Perché se un maleducato ti passa davanti nella fila chilometrica alla cassa è difficile pensare al karma o alla meditazione sufi, e così si diventa tutti australopiteci. E poi te la sentiresti di dire a quelle persone che già si sbraitano addosso parole senza senso che sarebbe sufficiente utilizzare solo i nostri dodici muscoli. Lo sai dove te li devi mettè quei dodici muscoli? Sul bordo notturno di un nuovo Natale penso che saranno pure aumentati i cm3 della nostra scatola cranica, ma la simpatia della specie umana sta rapidamente volgendo al tramonto.

Forse non sarebbe così male riprendere a sovrascrivere la nostra vita con un semplice sorriso, non prendersi troppo sul serio, ben consapevoli che la vita è una cosa seria. Lo so è Natale, è facile prometterselo, ma può essere salutare sorridere ai nostri bambini che sconfinano oltre l’adolescenza, alle madri e padri che diventano i nostri nuovi figli, alle badanti dell’est sempre più mediterranee, agli amorevoli e perfidi colleghi di lavoro, agli amici di tutte le stagioni. La genialità dell’evoluzione sta proprio in questo, aver rinchiuso in pochi muscoli il germe dell’emozione, ma ad una condizione, occorre usarli quei muscoli, perché con il tempo si atrofizzano.

Il bambino ancora affogato nelle tette della sua mamma, finalmente giunge davanti all’omone rosso che lo prende in braccio, il piccolo per l’emozione gli tira la barba e scopre che è vera, si volta ai suoi genitori e dice: - Cavolo ma questo è Babbo Natale per davvero, altro che cavoli! - Il sorriso e lo stupore che gli rimangono stampati sul viso sono qualcosa di indescrivibile.

Dicembre 2017

 

Leonardo Gonnelli, nato il terz'ultimo giorno del 1962, dipendente del Comune di Livorno.
Scrive da quando tiene la penna in mano.
Autore di libri tra cui "Lo Scoglio della Regina", il Ciliegio smemorato", "L'inizio dell'alfabeto".
Nell'anno 2018 uscirà il suo nuovo romanzo dal titolo: "Scintilla".