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CN - Comune Notizie N° 88 - 2014

Si apre con un articolo di Gilda Vigoni dedicato alla Casa natale di


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20 ottobre 2017 - Storia

I Livornesi che rifiutarono la grande guerra

la guerra la guerra

La battaglia di Caporetto o dodicesima battaglia dell’Isonzo, fu la più grave disfatta delle truppe italiane. Quest’anno ricorrono 100 anni da quella triste vicenda.
Lo scontro, avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale tra l’Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche, cominciò alle ore 2 del 24 ottobre 1917 e rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’Esercito italiano, tanto che il termine Caporetto divenne sinonimo di sconfitta disastrosa.
L'articolo che proponiamo tratta il tema del rifiuto della guerra, inserendosi a pieno titolo nel dibattito degli ultimi anni che, a dispetto della retorica ufficiale che lo ha tenuto a lungo nascosto, come ricorda lo stesso autore, ha contributo a far emergere "il volto  di un conflitto inumano e largamente avversato dai ceti popolari, contadini soprattutto, che fornirono la carne da macello per le strategie e le glorie delle gerarchie del Regio Esercito, peraltro incapaci di prevedere ed evitare la disfatta di Caporetto nell'ottobre 1917".

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di Marco Rossi                                                                 

Tra uccidere e morire c'è una terza via: vivere (Christa Wolf, Cassandra)

Nel centenario della Grande guerra 1915-'18, tra proposte di legge e dibattiti storici, si è tornati sovente a discutere di riabilitazione morale per le migliaia di soldati italiani che - più o meno “colpevoli” di diserzione, ammutinamento, disfattismo o autolesionismo - furono vittime di fucilazioni sommarie e di condanne a morte sentenziate dai Tribunali militari, oltre a quanti finirono incarcerati nei penitenziari militari o nei manicomi per “alienati”.
Così è progressivamente riemerso il volto, a lungo nascosto sotto la retorica ufficiale, di un conflitto inumano e largamente avversato dai ceti popolari, contadini soprattutto, che fornirono la “carne da macello” per le strategie e le glorie delle gerarchie del Regio Esercito, peraltro incapaci di prevedere ed evitare la disfatta di Caporetto nell'ottobre 1917.

Il diffuso fenomeno del rifiuto della guerra con i suoi orrori e della leva militare, motivato sia da convinzioni pacifiste, antimilitariste o religiose sia da semplice istinto di conservazione di fronte ad una morte ritenuta senza senso, riguardò anche Livorno, registrando scelte di non-sottomissione da parte di molti giovani chiamati alle armi ed inviati nelle trincee, ma anche numerosi civili - soprattutto donne e familiari - che se ne fecero sodali e maledirono l'inutile strage. D'altronde, nell'anno della neutralità, la città aveva visto forti manifestazioni anti-interventiste, animate soprattutto da socialisti e anarchici, contrapposte a quelle nazionaliste favorevoli all'entrata in guerra dell'Italia.

La ricerca sull'entità numerica di tali azioni individuali e dell'estensione della disobbedienza sociale a Livorno è appena all'inizio, soprattutto per la difficoltà di recuperare negli archivi, a distanza di un secolo, informazioni che già all'epoca erano sottoposte alla censura e al segreto militare. Tuttavia, la criticità della realtà labronica è confermata, indirettamente, da due circostanze: nel settembre1917, il prefetto Gasperini richiese al ministero degli Interni rinforzi per l'ordine pubblico, consistenti in 100 carabinieri; inoltre, nel settembre 1918 venne istituito, con sede nella Fortezza Vecchia, il Tribunale militare territoriale che prese in carico i processi relativi a reati commessi sul territorio della Divisione militare di Livorno, compresi quelli relativi ad operai militarizzati, alleggerendo così il lavoro gravante sul Tribunale militare di Firenze.

Una prima, parziale, “fotografia” è stata desunta dalle scarne e frammentarie notizie riportate quotidianamente sulla «Gazzetta Livornese» - annate dal 1915 al 1918 - consultabile presso l'Emeroteca comunale, integrate da altre tratte dal Casellario politico centrale (presso l'Archivio Centrale di Stato, a Roma) e da alcuni fondi presenti nell'Archivio di Stato di Livorno.
La prima, e più significativa, categoria considerata è quella dei disertori, ossia di quanti, già arruolati, abbandonarono illecitamente i reparti militari d'appartenenza e finirono nelle maglie della repressione e della giustizia militare; in molti casi erano cittadini livornesi, fuggiti dal fronte o comunque dalle caserme, ma vi sono anche non-livornesi appartenenti a reparti di stanza a Livorno (fanteria, bersaglieri, artiglieria), oppure che si erano nascosti in città.

Questi i dati accertati: 60 disertori livornesi (compresi alcuni residenti nel Comune di Collesalvetti) e 29 disertori non-livornesi o di cittadinanza non rilevabile. Per alcuni disertori è riportato il lavoro, quasi sempre salariato: fornaio, vetraio, facchino, muratore, barcaiolo, meccanico, scaricatore di porto, carpentiere, pastaio, ferroviere, bracciante, terrazziere, sterratore. Tra i disertori livornesi alcuni risultano anche schedati politicamente come anarchici (11), socialisti (4), repubblicani (1); altri due, nel dopoguerra, sarebbero stati classificati come “antifascisti”. Le pene - conosciute - inflitte vanno da 2 anni di reclusione alla pena di morte, comprese varie condanne all'ergastolo; le condanne a detenzioni inferiori a 7 anni venivano “sospese” e i “traditori della patria” inviati al fronte.I renitenti, ossia coloro che si sottraevano alla chiamata militare, dandosi alla macchia sulle colline livornesi o nascondendosi presso famiglie compiacenti, furono sicuramente molto più numerosi di quanti risultano dalle pagine di cronaca, anche perchè le notizie riguardano soltanto coloro che furono catturati: appena una ventina, quasi tutti livornesi, tra i quali 2 anarchici. Le condanne, emesse dalla Pretura urbana, si limitavano a 2 mesi di reclusione, ma soprattutto i renitenti venivano consegnati ai reparti.

Gli arresti dei ricercati avvennero spesso in modo movimentato, tra tentativi di fuga e la resistenza di parenti e amici a loro volta tratti in arresto e denunciati per favoreggiamento, così come accadde a 9 sodali, tra i quali tre donne, condannati sino ad un anno di reclusione. Abbastanza divertente il caso dell'anarchico Areteo Sciti, condannato a lire 50 di ammenda perchè nel 1918 si era rifiutato di fare la spia indicando al maresciallo dei RR. Carabinieri d'Ardenza l'abitazione di un disertore. Ben più grave, invece, quanto avvenne nell'ottobre 1917, in Borgo S. Jacopo dove prima della guerra si erano tenute varie manifestazioni socialiste e anarchiche contro l'intervento, tanto che carabinieri e poliziotti furono affrontati da abitanti del quartiere, anche donne, intenzionati ad impedire la cattura di 5 ricercati, presumibilmente renitenti o disertori, che si erano nascosti in una stalla. Dalle finestre furono sparati colpi contro gli agenti che, al momento dell'arresto di tre sospetti, furono fatti oggetto d'insulti.Altro reato giudicato dai Tribunali militari di Firenze e Livorno fu quello dell'insubordinazione; sono conosciuti i casi di almeno 9 soldati, con pene detentive sino a 4 anni, riguardanti 4 livornesi e 5 di altre province ma prestanti servizio a Livorno. Inoltre vi sono due casi di autolesionismo e una condanna per “grida sediziose” ad 1 anno di carcere militare. Il reato d'insubordinazione riguardava anche gli operai militarizzati e il personale della Croce Rossa, sottoposti a disciplina militare; ad esempio, l'operaio militarizzato Pietro Dini, anarchico di Pietrasanta, venne condannato a 1 anno e due mesi di reclusione militare, mentre la giovane crocerossina pisana Regina Capitani fu arrestata per infrazione al Decreto di militarizzazione (n. 719 del 23 maggio 1915), nonché per oltraggio alla forza pubblica.

L'imputazione per “disfattismo” riguardò soprattutto i civili, colpevoli di “profferire parole deprimenti lo spirito pubblico”; infatti, il cosiddetto decreto Sacchi prevedeva pene detentive e pecuniarie molte pesanti che, nei casi più gravi, potevano arrivare a 10 anni. Non potendo individuare i responsabili della diffusione di manifestini clandestini e gli autori di scritte murali contro la guerra, arresti e condanne per tale reato colpirono almeno 15 livornesi, di cui tre donne, fra le quali la militante socialista Ada Maria Cesira Cheli. Un ulteriore caso è quello che vide due anarchici, Antonio Baroni e Arrigo Bolognesi, processati per l'affissione di cartellini scritti a mano “contenenti frasi deprimenti lo spirito pubblico”. L'accusa di disfattismo non colpì comunque soltanto sovversivi e proletari, ma anche un commerciante monarchico condannato a 8 mesi di reclusione e 500 lire di multa, per aver commentato in pubblico la sconfitta italiana a Caporetto dicendo: “Hai visto che disastro? Chi è cagion del suo male pianga se stesso”. Analogamente, il prof. Carlo Negri, insegnante, subì invece una condanna a 9 mesi di reclusione e 500 lire di multa (sentenza di Appello) per presunta propaganda disfattista e “tedescofilia”.

Furono invece denunciati per “vilipendio dell'esercito” due livornesi e un soldato che nel giugno 1917 furono sorpresi nei pressi di piazza 2 Giugno a cantare stornelli contro il generale Cadorna (“mangia le bistecche, mentre i soldati mangiano castagne secche”) e la regina.

Infine,è possibile conoscere qualche notizia dell'attività giudiziaria dei Tribunali di guerra nei confronti di livornesi al fronte. Infatti, tra le sentenze raccolte dagli storici Monticone e Forcella, si trovano le seguenti:
F.O. della provincia di Livorno (anni 22), colono, caporale nel 26° rgt. Fanteria, condannato a 10 anni di reclusione ordinaria dal Tribunale di guerra dell'VIII Corpo d'Armata nel 1916, per subornazione (“Se non ci date il cambio si va tutti a Vienna”).
C.A. della provincia di Livorno (anni 23), marinaio, soldato nel 57° rgt. Artiglieria, condannato a 4 mesi di reclusione per vilipendio dell'esercito, dal Tribunale militare di guerra della VIII armata, zona di guerra, nel 1918 (per lettera antimilitarista spedita nel 1916)
C.F. della provincia di Livorno (anni 22), soldato del 65° rgt. Fanteria, condannato in contumacia dal Tribunale militare di guerra del XIII corpo d'armata, nel 1917 alla fucilazione nella schiena per diserzione in complotto con passaggio al nemico.
Di una quarta condanna, a morte, è stato possibile trovare una più consistente documentazione, grazie a Giacomo Luppichini, Irene Guerrini e Marco Pluviano. Si tratta di Ruggero Ruggeri, nato a Rosignano Marittimo il 4 agosto 1891, operaio fonditore, prima a Vada e poi a Piombino. Caporale del 38° rgt. della Brigata Ravenna, venne condannato dal Tribunale di guerra dell'VIII Corpo d'Armata alla fucilazione nel petto, eseguita il 30 maggio 1917. Ruggeri venne ritenuto tra i principali “sobillatori” della rivolta collettiva scoppiata nella Brigata Ravenna il 21 marzo 1917, punita con due esecuzioni sommarie, 5 soldati “decimati” e altri 6 fucilati con sentenze del Tribunale straordinario, oltre ad una novantina di condanne detentive.
Presso l'Archivio comunale di Rosignano è conservata la burocratica comunicazione dell'Esercito indirizzata al Sindaco in cui lo si invitava a “comunicare tale notizia con i dovuti riguardi alla famiglia del prefato militare”.
La sua tomba, anonima, attende ancora un papavero rosso.



Bibliografia di riferimento:

  • Enzo Forcella, Alberto Monticone, Plotone d'esecuzione, Laterza, 2014;
  • Irene Guerrini, Marco Pluviano, Le fucilazioni sommarie nella Prima guerra mondiale, Gaspari, 2014;
  • Luca Falsini, Processo a Caporetto, Donzelli, 2017;
  • Nicola Labanca, Caporetto. Storia e memoria di una disfatta, Il Mulino, 2017;
  • Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee, BFS, 2016;
  • Fabio Dal Din, L'ingiustizia militare, Rossato, 2017.