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7 giugno 2017 - Musica e spettacolo

Quell'amabile follia di Piero Ciampi, intervista a Gianfranco Reverberi

Gianfranco Reverberi con Luigi Tenco Gianfranco Reverberi con Luigi Tenco

Intervista di Claudia Mantellassi

Se c'è una verità che la vita insegna e il tempo rende inossidabile a colpi d'esperienza, è che la vera grandezza non ha bisogno d'essere esibita. Ti si srotola davanti con l'eleganza di certi tappeti rossi ai gran galà del cinema, ma senza clamore, permettendoti di camminarci sopra con i piedi  morbidamente
poggiati su. L'intervista a Gianfranco Reverberi è stata qualcosa del genere. Una passeggiata soffice dentro la storia della musica italiana, con tante finestre aperte sui grandi autori di sempre. Giganti come Piero Ciampi, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Nicola Di Bari, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Lucio Dalla. Solo per fare qualche nome.
Sarà che i genovesi, come si dice, hanno il pallino per il risparmio e probabilmente non fa eccezione nemmeno quello alla spavalderia, sarà che a una certa età si diventa più saggi e insensibili alla vanagloria o, semplicemente, che quando sei stato sull'Everest, dopo non hai bisogno di dimostrare più niente a nessuno; fatto sta che Gianfranco Reverberi, uno dei più grandi compositori e arrangiatori che abbiamo in Italia e senza il quale persone come Ciampi non sarebbero forse mai esistite, artisticamente parlando, mi accoglie nel suo studio zeppo di dischi, foto, vecchi strumenti e cimeli, come si fa con una vecchia amica, offrendomi il suo divano rosso e un sorriso cordiale. Mi accorgo che quando solleva gli angoli della bocca, il volto gentile di quest’omone di ottantatré anni colto e composto, si accende
improvvisamente come quello di un monello. Capita soprattutto quando parla di Ciampi e ricorda i momenti trascorsi insieme a lui quando facevano il servizio militare. E' così che si sono conosciuti. E' da lì che tutto è cominciato ed è forse proprio grazie a quell'incontro che oggi possiamo ascoltare la sua poesia in musica - perchè questo sono i brani di Piero Ciampi - capaci di emozionare e graffiarci il cuore.
In occasione del premio intitolato a Ciampi il prossimo autunno il Comune di Livorno consegnerà a Gianfranco Reverberi la Canaviglia, una delle massime onoreficienze della città. Un modo per sugellare il legame di Reverberi, grande amico di Ciampi nonché coautore di molte delle sue canzoni più famose, con Livorno e, insieme, conferire un ulteriore riconoscimento al grande poeta labronico per il ruolo di primo piano che tuttora ricopre nel panorama della musica italiana.

Gianfranco, lei è autore di alcune delle più belle canzoni della musica italiana che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo cantato. In SIAE sono depositate a suo nome più di 1400 canzoni.
In realtà non sono tutte canzoni.  Per le colonne sonore dei film dieci secondi già bastano per avere un titolo, quindi a naso direi che si tratta di più di duemila titoli, però canzoni sono un po' meno.

Nonostante lei abbia fatto la storia della musica italiana, magari a molti il suo nome dice poco. Come la fa sentire questo?
Mi pare normale. I giovani oggi non seguono più veramente la musica, come succedeva ai miei tempi. Da ragazzini andavamo nel negozio della Ricordi, dove c'erano dei gabbiotti con le cuffie dentro cui si potevano ascoltare i dischi prima di comprarli. Trascorrevamo così buona parte delle nostre giornate, ascoltando musica, e alla fine per noi era un vanto,  quando un pezzo diventava un successo, poter dire “Ehi, questo lo avevo scoperto per primo io!”. Adesso è diverso, c'è un po più di pigrizia; ho l'impressione che i ragazzi guardino il primo posto in classifica e decidano di ascoltare quello senza scoprire più nulla, e questo è un grande limite perchè al primo posto della classifica il più delle volte non arriva la canzone migliore, ma solo quella che deve essere venduta.

Mi ha molto colpito sentirle dire
in un'intervista che rifarebbe per filo e per segno tutto quello che ha fatto fino a oggi, pure le cose sbagliate. Anche se, ha aggiunto, non le augurebbe a nessuno.
L'ho detto e lo confermo. Rifarei tutto, anche le cose sbagliate. Non so se lei ha visto quel vecchissimo film “La vita è meravigliosa” (di Frank Capra, 1946). Ecco, se cambiassi le cose sbagliate rischierei di cambiare anche quelle positive, e quindi va benissimo tutto quello che è successo fin qui. Sa perchè non le augurerei a nessuno? Perché oggi uno che si dedica alla musica, non penso abbia la possibilità di vivere solo di quello.

Che cos'è per lei la musica.
E' una ragione di vita. Ma dovrebbe esserlo per tantissima gente, addirittura per tutti. Perché senza la musica non so davvero come potremmo esistere. Uno anche se fa l'impiegato del catasto, ad un certo punto deve canticchiarsi qualcosa, altrimenti la vita sarebbe di una tristezza infinita.


Reverberi con Tenco e Gaber


Ha lavorato con tanti artisti importanti: Gaber, Lauzi, Tenco, Ciampi. Se fosse un pittore chi metterebbe al centro del suo quadro e perché?
Questa è una domanda difficile, alla quale non saprei rispondere. Ognuno a modo suo ha, o aveva, delle caratteristiche che meritavano di essere messe al centro. Per me, in un modo o nell'altro, erano tutti dei grandi, con la “g” maiuscola.

Cinquant'anni fa anni fa moriva uno dei suoi amici più affezionati. Ha più sognato Luigi Tenco? So che lo ha fatto in modo ricorrente.
Luigi era quello con il quale legavo molto di più a livello di amicizia e, soprattutto, a livello musicale, eravamo veramente in sintonia.
Quando è successo il fattaccio io sono rimasto profondamente colpito. Non so spiegarmi il motivo, sta di fatto che ho cominciato a sognarlo continuamente, tutte le notti. Tra l'altro lo sognavo anche bene, parlavamo di tutto ma soprattutto di musica. Finché un giorno non è accaduto qualcosa; era un periodo in cui mi trovavo nei guai, stavo producendo Nicola di Bari e Lucio Dalla, alla RCA, con un contratto strampalato inventato da Gino Paoli, dato che avevamo fatto la produzione insieme.
Alla fine però lui si era stancato, aveva troppi impegni e così ero rimasto solo io a star dietro alla produzione. Ero indebitato fino all'osso con la RCA perché il contratto prevedeva che pagassi tutto di tasca mia, a partire dalle registrazioni, anche perché nessuno credeva nel progetto. Celli, che era il direttore delle vendite,  continuava a ripetermi “Ma perché perdi tempo con questi due? Sono anche brutti e le ragazzine non compreranno mai i loro dischi. In più Lucio ha la voce del vecchietto del west”, il che magari era pure vero. Io insistevo al punto che tutto quello che stavo guadagnando con i diritti d'autore e le produzioni (avevo Michele Maisano che vendeva piuttosto bene), andava a farsi benedire perchè nessuno di loro vendeva dischi.
Ecco allora che una notte ho sognato Luigi. Gli ho confidato che ero un po' nei guai e lui mi ha detto, lo ricordo perfettamente: “Stai tranquillo Gianfranco, non ti preoccupare, vedrai che andrà tutto bene” e mi ha dato una gomitata nella testa (evidentemente avevo sbattuto contro al comodino). Da quel momento non l'ho più sognato. Ma aveva avuto ragione, il mese dopo siamo andati a Sanremo con “La prima cosa bella” e sono riuscito a pagare tutti i debiti.

Il Comune di Livorno le ha conferito questa onorificenza importante che è la Canaviglia. Che ne pensa di Livorno?
Sono onorato di questo riconoscimento per il quale oltre al Comune ringrazio Andrea Pellegrini che l'ha proposto. Da genovese mi sento molto vicino a Livorno, la gente di mare ha tante cose in comune. Ma è soprattutto Piero che mi ha fatto apprezzare la città, perché per lui Livorno era una cosa fondamentale. Quando parlava di Livorno riusciva a renderla forse anche più bella di quella che era. E' grazie a lui che ho potuto apprezzare i livornesi, per quel pizzico di follia che sono quasi certo non fosse soltanto sua. Magari in lui era un po' più esasperata, eppure ho l'impressione che tutti i livornesi abbiano quel qualcosa in più. O almeno, per me è un qualcosa in più. Forse per qualcuno è un difetto, non saprei, per me è un ingrediente in più, ed è il motivo per cui a Livorno ci vengo sempre molto volentieri e al Premio Ciampi non potrò mai mancare.


Piero Ciampi


Ci racconta come ha conosciuto Ciampi. Come vi siete incontrati?

Con Piero è andata così. Siamo tutti e due del '34. Io ero militare a Fano, era estate. Stavo facendo la fila sotto il sole, con un caldo terribile, per andare a fare quella famosa iniezione che toccava ai militari e durava 18 mesi (che poi per 18 mesi uno non riesce a marcare visita nemmeno un giorno perché risulta sano come un pesce ma, non si sa come, appena si congeda gli capita di tutto!).
Insomma, avevo quasi terminato la fila e stava per arrivare il mio turno quando ho sentito  in fondo
qualcuno che cantava uno swing. Allora ho lasciato il mio posto per raggiungerlo e mi sono rifatto tutta la fila daccapo,  insieme a lui. E' così che ci siamo conosciuti.
Da quel momento, non solo siamo diventati amici, ma abbiamo anche cominciato a ragionare di musica e in un baleno abbiamo messo su un complessino. C'erano anche un certo Fedon Romeo, grande bestemmiatore veneto che suonava benissimo la batteria, e un clarinettista, bravissimo pure lui, che si chiamava De Marchi. Era uscito il film Il re del jazz (Benny Goodman), così anche noi abbiamo voluto mettere su questo complesso. Da lì in poi sono successe tante cose proprio grazie alla pazzia un po' di tutti, ma di Piero in particolare, perchè lui era un vulcano incontenibile di idee. Ne racconto solo una. Sa che quando in caserma arrivano le “matricole”, vengono tiranneggiate dai congedanti che li usano come schiavi? Bene, noi appena arrivati, su idea di Piero, abbiamo iniziato a prenderli a gavettoni anzichè a servirli, così che quei poveretti hanno capito immediatamente che forse era meglio allearsi con noi piuttosto che farci la guerra.

Che cosa la colpiva umanamente di Piero Ciampi?
La sua grande sensibilità, il grande senso dell'amicizia e quel suo modo di parlare che poi si è rivelato anche il suo modo di scrivere, perché lui parlava esattamente come scriveva. Aveva anche un senso dell'umorismo piuttosto sarcastico, tipico dei livornesi. E poi aveva la particolarità di fare citazioni in modo molto poetico, non come si fa normalmente quando si parla. C'era sempre qualcosa in lui, nel suo modo di parlare che muoveva allo stupore chi l'ascoltava, e che riportava anche nei testi che ha scritto naturalmente.

Ciampi il poeta, il musicista, il compositore: qual è l'aspetto più interessante secondo lei?
Assolutamente il poeta.

La canzone di Ciampi che le piace di più?
Direi quella in cui ha fatto tutto lui, che è Tu no. Sia perché conosco tutta la storia che ci sta dietro, ma anche perché è un pezzo straordinario.

Ce la vuole raccontare questa storia?
Tu no è dedicata alla seconda moglie. Era giunto il momento in cui anche con lei le cose non andavano troppo bene... credo che Piero non si preoccupasse di portare a casa dei soldi, viveva in un mondo tutto suo, ma chiaramente chi viveva con lui doveva pur pensare anche a cose materiali come occuparsi delle spese, comprare da mangiare, pagare l'affitto, questioni di cui non si è mai preoccupato. La canzone nasce da qui, dal distacco doloroso ma inevitabile dalla moglie. Noi uomini facciamo sempre gli spiritosi, però quando ci viene a mancare la persona che amiamo…. è un po' la famosa “Angela” di Luigi Tenco “Volevo solo vederti piangere/non credevo che questa sera sarebbe stato davvero un addio”. Giunti a quel punto ti domandi “E allora che faccio io adesso?”. Questo è un po' quello che era successo a Piero quando ha scritto Tu no.


Com'era comporre con Ciampi, come nascevano le sue canzoni?
Lui si prendeva i suoi appunti da qualunque parte, anche sui tovaglioli perché mentre parlava diceva cose che poi si rendeva conto potevano essere messe in musica. A dire il vero anche gli altri cantautori prendevano appunti quando parlava Piero e traevano spunti per i loro testi.  Partiva sempre da un capoverso o da un'idea, e io musicavo quel capoverso, andavamo avanti così per un po': io continuavo a sviluppare la musica e lui ci metteva le parole, oppure lui scriveva il seguito ed allora era la musica che si adattava al testo. Questo è il modo tradizionale con cui lavorano compositore e autore; oggi invece sono tutti cantautori perché  sono costretti a fare tutto da soli, la musica, il testo, l'arrangiamento e poi cantarlo, stamparlo, venderlo. Prima era diverso.

Com'era Ciampi, un pignolo o uno che si lasciava guidare?
Si lasciava guidare, sempre disponibilissimo. E comunque quando c'è un certo tipo di affiatamento, delle affinità profonde nel modo di pensare la musica e i testi, la questione non si pone nemmeno. Era veramente piacevole stare con lui, una sorta di gioco che poteva andare avanti all'infinito ma dal quale alla fine veniva fuori la canzone.

 


Ricorda qualche episodio particolare vissuto con lui?
Una sera, sempre da militari, eravamo andati a cena (e questo succedeva quando a uno dei quattro arrivava la busta da casa). Era la fine dell'estate, ci trovavamo in un locale dove fino alla sera precedente si era esibito un gruppo che aveva lasciato lì gli strumenti, così finito di mangiare ci siamo messi a suonare. Da quel momento, tutte le sere mangiavamo gratis. Una sera, avevamo appena smesso di suonare,  si avvicina un cameriere “Ragazzi scusate sono arrivati dei clienti nuovi, potete fare ancora qualche pezzo?”, come se fossimo noi l'orchestra del locale! Eravamo diventati amici dei congedanti, che ci avevano indicato  il punto da cui saltare per poter rientrare in caserma alle 4 del mattino, prima della sveglia, li invitavamo a sentirci suonare e a bere gratis. Eravamo diventati a tutti gli effetti il complesso del locale.
Un'altra sera, invece, eravamo andati al cinema a vedere un film con Gene Kelly in cui c'erano quattro militari che si davano appuntamento dieci anni dopo il congedo. Decidemmo di imitarli e di ritrovarci in piazza De Ferrari, a Genova, sotto al grattacielo per ripetere le scene più belle del fim, ballando con i coperchi dei secchi della spazzatura. La mattina dopo, davanti a tremila militari,  il Colonnello tuonò “...e c'è anche chi di notte va addirittura cantando e ballando con i secchi della spazzatura in giro per la città!”, era furibondo. Anche lui però  si divertiva
in fondo.
A proposito del comandante, Piero, che era molto bello, aveva fatto innamorare sua figlia alla quale scriveva lettere d'amore struggenti, alla sua maniera “Un giorno senza te è un'eternità... un minuto senza te è un'ecatombe...” finché in una delle ultime aggiunse “Chiedi a tuo padre se mi può fare avere il trasferimento per Livorno” , così lei capì che probabilmente non era poi tutto questo grande amore e la storia finì.

Quando è stata l'ultima volta che lo ha visto?
E' stato alla RCA, perché quando è venuto a Roma avevo pensato di proporlo nuovamente lì. Facemmo una ventina di provini, tra i quali scegliere quelli per un LP, ma Piero non fu accettato come era giusto che fosse. Solo più tardi tornò alla RCA e in quell'occasione fu preso molto più sul serio e iniziò la collaborazione con Marchetti. L'ultima volta che l'ho visto stava registrando Adius. Era appena uscito dallo studio di registrazione, ci siamo abbracciati e mi ha detto: “Sai, questo è l'ultimo esperimento che faccio. Questo pezzo quando lo ascolterai, a seconda dell'inflessione che do alle parole (il testo praticamente dice solo una parola: vaffanculo) capirai a chi è rivolto, perché conosci la stessa gente che conosco io. Se va bene, bene, se va male sai che ti dico? Torno a Livorno, almeno ogni tanto ci scappa una scazzottata e alla fine uno si sente realizzato” .

Probabilmente senza di lei Piero Ciampi non sarebbe esistito.
Come artista penso proprio di no. Io ho finito il militare a Milano dove ho incontrato la gente che dovevo incontrare, mi sono trovato come si dice nel posto giusto al momento giusto, entrando in una casa discografica. E con gli altri eravamo d'accordo che il primo di noi che avesse sfondato doveva tirarsi dietro gli altri. Il primo sono stato io, così me li son portati tutti a Milano, compreso Piero. Una volta mi telefonò dalla stazione dicendomi che stava per andare a Parigi, ma che prima voleva venire a casa mia a mangiare. Ci siamo visti, aveva solo la chitarra e un pacchetto di sigarette con sé. Mi chiese i soldi per un altro pacchetto dicendo: “Vado a Parigi, faccio le mie esperienze e quando torno sono pronto per fare il disco”. Così è stato. Quando è tornato mi ha raccontato delle cose divertentissime, come solo lui sapeva fare, tra cui il fatto che per sopravvivere andava nei ristoranti a suonare dove lo chiamavano “Piero l'italianò” (non a caso il primo disco che abbiamo fatto alla CGD l'abbiamo chiamato Litaliano senza apostrofo). Lo proposi a Casetta (che oltre al fiuto, aveva anche coraggio) alla Blu Belle dove abbiamo fatto quattro pezzi bellissimi. Il disco però non andò molto bene. Poi l'ho portato alla CGD e anche lì Piero non è stato un granché fortunato. Credo che sì, senza di me non sarebbe diventato un artista ma, forse, avrebbe fatto una vita migliore.


Piero Ciampi è un talento che ha fatto della sua stessa vita un capolavoro espressivo. È uno degli artisti più originali della musica italiana ma anche il più dimenticato. Perché secondo lei?
Io direi il contrario. O meglio, nel momento in cui è venuto fuori non ha certamente avuto il successo che avrebbe meritato. Dopo, però, non è stato dimenticato, anzi.  Oggi incontro ragazzini di 18, 20 anni che di quello che è stato il nostro periodo, la nostra epoca, ricordano solo Piero Ciampi e si riconoscono in lui. Per me Piero non solo non è stato dimenticato, ma sono pronto a scommettere rimarrà più a lungo tra la gente di quella generazione di cantautori
.

Pensa che Ciampi fosse troppo avanti rispetto alla sua epoca?
Sicuramente.

In fondo al centro dei suoi lavori c'era come tema l'amore, così come per tanti suoi contemporanei; in un certo senso però Ciampi sembra sfuggire alla sua contemporaneità.

Per me la canzone e la musica devono essere prima di tutto atti d'amore; lui scriveva
quello che viveva sulla pelle, quindi c'era molto del suo personale. E come tutti scriveva canzoni d'amore perché in quel periodo pensavamo solo a due cose: l'amore e la musica. Il salto rispetto agli altri sta nel linguaggio, in quel suo modo pressoché unico di raccontarlo l'amore.

C'è un cantautore livornese, Bobo Rondelli, che Ciampi lo ricorda un po'. Con il suo  ultimo lavoro "Ciampi ve lo faccio vedere io" da oltre un anno sta portando le sue canzoni nei teatri italiani e anche all'estero. Lo ha conosciuto?
Sì l'ho conosciuto e devo ammettere che mi è molto simpatico. E' bravissimo. Non sapevo fosse anche cantautore perché non ho mai avuto occasione di ascoltare le sue canzoni, però l'ho visto sul palcoscenico ed  è formidabile. Interpreta i testi di Piero davvero molto bene. Sarà che ha la sua stessa inflessione, ma lo ricorda tantissimo. Inoltre, credo abbia quel famoso pizzico di follia che è tipica dei liguri, dei livornesi e, naturalmente, di Ciampi.

Se ricordiamo Ciampi come il poeta con un pizzico di follia, a lei come piacerebbe essere ricordato, invece?
Io? Non lo so e non mi interessa. Mi piacerebbe solo essere ricordato, quello sì.

Che musica ascolta Reverberi, uno dei più grandi compositori che abbiamo in Italia?
Tutta, perché tutta la musica ha un senso. Anche quella delle balere, perché fa ballare la gente, la fa divertire. C'è solo un pezzo che non mi piace che è Ciribiribin, quello proprio non lo sopporto!

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GIANFRANCO REVERBERI.
Nasce a Genova il 12 dicembre 1934. Studia pianoforte, ma da appassionato di musica suona anche la fisarmonica e il vibrafono, che diventerà il suo strumento principale. Durante il servizio militare forma prima un quartetto con altri commilitoni tra cui Piero Ciampi e dopo un trio jazz con Giorgio Gaber (chitarra) e Giorgio Buratti (contrabbasso). Negli stessi anni nsieme a Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco e altri artisti, costituisce uno dei primi gruppi italiani di Rock and Roll, che ha come cantante Adriano Celentano.
Più tardi viene assunto in Ricordi, e a 23 anni diventa vicedirettore artistico della casa e talent scout.
Partecipa come direttore d'orchestra ad alcuni festival di San Remo, in brani come eseguiti da Nicola di Bari "Il cuore è uno zingaro", "I giorni dell'arcobaleno" e "La prima cosa bella".
Come manager, arrangiatore, compositore, musicista e direttore d'orchestra, svolge tournée in vari paesi europei, in Giappone, in Australia e in Sud America (Argentina, soprattutto), accompagnando anche Luigi Tenco, Lucio Dalla e Nicola Di Bari. Compone inoltre canzoni e colonne sonore per film.