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17 giugno 2016 - Storia

Svizzeri e livornesi, storia di un'amicizia storica

Centenario Società Svizzera Livorno 1831-1931 Centenario Società Svizzera Livorno 1831-1931

L'amicizia tra Livorno e Svizzera è un sentimento che parte da lontano e che, come viene ricordato in questo articolo curato dal Circolo Svizzero Livorno e Pisa, ha un minimo comune denominatore: la libertà. Libertà che "...come una piccola Svizzera, Livorno città precocemente emancipata, promette: libertà di pensiero, di costumi, di religione, di tenere libri stampati nella propria lingua, di iniziativa e di movimento, si possono esercitare tutte le professioni". Quella che segue è la storia di questa amicizia, che sopravvive ancora oggi e anzi si rinnova nel tempo, come dimostra anche il recente patto di amicizia stretto lo scorso febbraio tra il Comune di Livorno e i Comuni svizzeri di Centovalli e Terre di Pedemonte.

LA STORIA. Il 28 marzo 1577, Francesco I, erede di Cosimo I, fa porre la prima pietra della città di Livorno in quella che sarà la Piazza Grande.
Il 19 marzo 1606, nella Fortezza Vecchia, il granduca Ferdinando I de' Medici, dette a Livorno il titolo di città.
I diecimila abitanti di Livorno, nel 1606, si devono alla Legge Livornina in 44 articoli emanata da Ferdinando a più riprese, tra il 1591 e il 1593.
I vari bandi detti nell'insieme “Le Livornine” avevano tra i privilegi più significativi la concessione della più completa libertà di culto e la possibilità per ogni gruppo di darsi una propria organizzazione. Richiamate da tanta laicità, molte famiglie di popoli diversi giunsero a Livorno, e la città si popolò di genti diverse per religione, lingua, costumi, in un'atmosfera di cosmopolitismo interculturale ed interreligioso, unica in Toscana e non solo. Livorno divenne presto la città simbolo di libertà, come “città senza ghetto” e per molti anni priva di una sede vescovile.
Per tre secoli, tra il XVI e il XVIII, Livorno divenne un punto di riferimento della diaspora per la sua floridezza economica e la sua vivacità intellettuale e culturale.
La Costituzione Livornina recita:  “A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, salute [...] concediamo [...] reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie, senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno...”.
Fu grazie alle “Livornine” che Livorno divenne città di raro fascino, le cui vicende sono state influenzate dalla presenza di tanti popoli provenienti da ogni dove.

Come una piccola Svizzera, Livorno città precocemente emancipata, promette libertà: libertà di pensiero, di costumi, di religione, di tenere libri stampati nella propria lingua, di iniziativa e di movimento, si possono esercitare tutte le professioni. Libertà eccezionali, in un periodo così avaro di aperture, nell'Europa intera, e nella medesima Toscana medicea.
La Legge Livornina del 1593 completa i privilegi di Cosimo I rivolgendosi in particolare agli appartenenti a etnie, religioni e persone di fede da sempre maltrattate in Europa come ebrei ed evangelici.
Migliaia di uomini e donne di ogni parte del mondo animati dalla speranza di un futuro diverso creano la “razza” livornese, vero esempio di creolizzazione.


Chiesa degli Alemanni


Nel Seicento le grandi potenze che si scontrano e guerrigliano sui mari riconoscono al porto livornese il regime di piena neutralità. Le sue banchine sono a disposizione delle navi di ogni paese. A questo mirava Cosimo I allorchè nel 1565 le concesse il diploma di porto franco. E nel 1676, quando una successiva riforma doganale moltiplica le sue concessioni, il porto franco di Livorno può vantare di essere il più liberale del globo. Per tutto il '700 conserva il suo primato internazionale. Mentre nello stesso periodo le capitali italiane, che all'inizio del '500 erano tra le prime d'Europa, si mantengono stazionarie, o addirittura segnano un regresso, Livorno è ormai la più prospera e la più dinamica città del Mediterraneo.
C'è chi canta, avviandosi a Livorno sui barrocci, che prenderanno le rotte del Mediterraneo: “Se vuoi venire a Livorno con me, un novo mondo ti faccio vedè...”.
Nell'età medicea Livorno e il suo porto sorsero e si svilupparono in una determinata situazione, nel quadro di un'Europa dominata da stati assolutistici, dai regimi repressivi nella vita civile.

Con il sistema di norme speciali che la ressero, e con il dinamismo intraprendente che la sua composita popolazione seppe derivarne, Livorno divenne la patria di tutti. In tempi ferrei e oscuri di autoritarismo monarchico e clericale, di compressione delle attività individuali, quella che agli inizi era apparsa la maledetta città dei forzati e dell'aria malsana, potè originare spunti di cosmopolitismo, di spregiudicato rapporto fra popoli, di originali iniziative economiche e culturali in modo da fare del pluralismo la propria arma vincente.
Il porto di Livorno viene creato per divenire il più importante centro di passaggio del centro Italia, un luogo dove genti provenienti da molti Paesi stranieri trovano la possibilità di incontrarsi.
Con il suo porto numero uno del Mediterraneo diventa in breve la sede di consolati e di aziende. Livorno calamita tutte le famiglie sradicate e anche persone volenterose di farsi una vita nuova. Gli stranieri sono i più attivi. Livorno diventa così città internazionalista, al punto di formare delle comunità che prendono il nome di “Nazioni”.
Ecco la Nazione Inglese, la Nazione Olandese, la Nazione Tedesca, la Nazione Francese, ecc. Ogni nazione ha le sue regole e i suoi diritti e partecipa alla vita della città. La presenza di “Nazioni” diverse anzichè creare barriere permise, la nascita di un clima di rispetto, dialogo e pacifica convivenza. Livorno dunque, nel Sei-Settecento era una delle città più in crescita e più liberale e democratica dell'Europa intera, nonchè la capitale amministrativa del dipartimento mediterraneo. Si respirava un cacciucco di aromi: caffè arabi e americani, baccalà norvegese, tè dell'Assam, salumi, spezie delle Molucche, pelli da conciare, legni preziosi, mogano e palissandro rosa, formaggi messi a stagionare.

ONDATE SVIZZERE ARRIVANO A LIVORNO. La storia della comunità elvetica a Livorno, si inserisce a pieno titolo nel filone della storia delle Nazioni livornesi, anche se quella svizzera, a ben vedere, non costituì, per molte ragioni, una nazione dai contorni identitari ben delineati come le altre.
Grazie a quella laicità che garantiva le condizioni di rispetto delle diverse culture e religioni, oltre alle particolari franchigie commerciali, numerosi Svizzeri provenienti dai diversi cantoni vi hanno potuto trasferire le loro attività commerciali o finanziarie, fondando banche, società assicurative e di import-export, contribuendo così in modo determinante allo sviluppo economico della città.
Ed è cosi che in Toscana e in particolare a Livorno si è vista nel corso della storia la presenza di numerosi svizzeri nei settori dell'economia, della cultura e dell'arte.
Tra i primi a trarre vantaggio dalle livornine furono proprio gli abitanti delle Terre di Pedemonte, delle Centovalli e Ronco sopra Ascona, ai quali nel 1631 venne attribuita dai Medici, memori della loro affidabilità, l'esclusiva sul servizio di facchinaggio del porto, che avrebbero conservato fino al 1847. Quando gli emigranti ticinesi giungevano a Livorno, venivano inizialmente ospitati, per solidarietà da altri svizzeri, tra di loro molto uniti e collegati e che erano soliti dimorare nella zona della Venezia. Non a caso, la via che collega la Camera di Commercio (ex dogana) alla Fortezza Vecchia era conosciuta come Via dei Pedemontesi (via s. Giovanni).
Nel XVI secolo e nei successivi, gli abitanti del Ticino delle Centovalli e delle Terre di Pedemonte, comuni sopra Locarno, emigrarono verso paesi vicini e lontani.


Patente di facchino


I primi emigranti esercitarono la professione di facchino, di impiegato di Dogana, di stalliere, di sguattero, di vetraio, di rosticcere. Ma l'occupazione più umile e disprezzata fu quella dello spazzacamino, e, la maggioranza degli spazzacamini proveniva dalle Centovalli.
Ad attrarre i ticinesi a Livorno fu il mare e la ricchezza che dal mare arrivava in città coi traffici commerciali. Sia i facchini, i doganieri come i rosticceri, ben presto si organizzarono in Compagnie. La Compagnia era una vera corporazione che esercitava protezione ed aiuto ai suoi membri e che decideva circa l'assunzione di nuovi lavoranti e della sorveglianza del servizio. I Pedemontesi a Livorno si esercitavano nell'arte muraria e baiulana (dal latino “baiulus”, portatore di pesi di merci); ma erano anche manovali, stuccatori, tagliapietre.

Dopo il primo flusso emigratorio che si ebbe agli inizi del Seicento con la costituzione presso la Dogana di Livorno di una Compagnia di facchini svizzeri provenienti dalle valli del canton Ticino, il secondo e più vasto afflusso emigratorio dalla Svizzera a Livorno, si verificò nell'Ottocento: esso avvenne in due fasi distinte.
Nella prima gli emigranti ticinesi si adattarono ai mestieri più umili tra i quali prevaleva naturalmente il facchinaggio e la sorveglianza nei Lazzaretti.
Nella seconda un grande afflusso di ticinesi giunse a Livorno come apprendisti presso delle ditte svizzere già presenti in città (quali Kotzian e Lieber), e quelli più capaci ebbero in seguito parte importante nella vita commerciale livornese.
Alla metà dell'Ottocento molti svizzeri seppero introdursi nella vita commerciale livornese e toscana, diventando negozianti all'ingrosso ed al minuto, banchieri, importatori di merci varie, artigiani e così via. Gli emigranti svizzeri grigionesi che giunsero in Toscana e a Livorno sono pasticcieri, caffettieri, negozianti di coloniali e droghieri, fabbricanti di liquori: verso la metà dell'Ottocento troviamo nella città labronica drogherie e negozi di coloniali grigionesi.

IL VIAGGIO DI ANDATA E RITORNO. Prima dell'avvento delle ferrovie, gli emigranti svizzeri attraversavano il lago Maggiore in battello, poi con la carrozza o addirittura a piedi giungevano sino a Genova. Da qui con un bastimento e con un veliero raggiungevano Livorno: solitamente potevano impiegarci anche 8 giorni.
Per ritornare nelle Terre di Pedemonte il viaggio era molto lungo anche ai primi del Novecento: si viaggiava col treno a vapore e si doveva attraversare tutti i tunnel della linea Spezia-Genova, col fumo della locomotiva che nei mesi estivi entrava dentro i vagoni. Si impiegavano molte ore, talvolta anche 12, poi a Luino veniva preso un battello che conduceva sino a Locarno. Infine raggiungevano il Pedemonte.
Molti Ticinesi continuarono a lavorare a Livorno in Dogana, anche dopo la cessazione dei vecchi privilegi granducali, e qui era solita l'usanza, tra gli emigrati svizzeri – secondo anche alcune testimonianze orali – di organizzare un banchetto per il nuovo arrivato: ed un bicchiere di vino veniva versato addosso al nuovo assunto come a battezzarlo. Altra cosa molto comune era quella di didtribuire vari soprannomi: il gatto, il parrucca ecc.., perchè mai, durante il lavoro essi, si chiamavano per nome.

Poter accedere alla Compagnia di facchinaggio era considerato quasi un privilegio ed era garanzia di sopravvivenza, se non addirittura di benessere, in tempi economicamente difficili.
Ordini granducali prescrivevano per i facchini “di non tenere appresso di loro moglie nè famiglia per meglio attendere al servito della dogana e de' mercanti” e “di abitare, dormire e vivere nelle stanze assegnateli di detta dogana”: una condizione di vita pressochè monacale, intesa a rafforzare il senso di solidarietà e garantire la piena efficienza.

GLI SVIZZERI E LA CONGREGAZIONE OLANDESE-ALEMANNA. La storia della comunità svizzera a Livorno è innanzitutto legata a questi diversi flussi emigratori, e se di essa non si è mai parlato come di una vera e propria nazione, ciò è dovuto al fatto di averla inclusa nella Congregazione olandese-alemanna. Ma sia il numero che l'importanza che essa seppe assumere nella realtà sociale ed economica cittadina, ne vengono a legittimare l'autonomia sociale, culturale e religiosa propria di una comunità ben distinta.
Nell'Ottocento in Toscana si fondarono chiese riformate evangeliche, che ben presto vennero chiamate più comunemente e semplicemente “chiese svizzere” in virtù della composizione delle loro congregazioni in maggioranza svizzere. Degna di menzione è la chiesa protestante livornese, originariamente fondata da svizzeri e in seguito unitasi con le locali comunità protestanti. Proprio a Livorno, nel 1828, si formò una società per celebrare i culti evangelici in lingua francese.
La comunità protestante a Livorno fece originariamente capo alla Congregazione Olandese-Alemanna, ma col trascorrere dei decenni sempre più preponderante divenne la sua componente svizzera. Per circa un secolo i culti vennero alternativamente celebrati sia in tedesco che in francese e nel 1864 venne inaugurato un magnifico tempio in stile gotico sugli scali detti appunto “Olandesi”. Il progetto del tempio Olandese-Alemanno fu dell'architetto Dario Giacomelli ed i lavori si protrassero dal 1862 al 1864, col contributo dei membri della omonima Congregazione e soprattutto col contributo di parecchie famiglie protestanti svizzere (Muller, Kotzian, Corradini, Tobler, Lieber, Wassmuth, Traxler, Fehr-Schmole, ecc.).

Conseguentemente si ebbe così a Livorno anche la fondazione della “Scuola franco-tedesca” proprio alle fine del 1864. La scuola non era solo frequentata dai figli di tedeschi e svizzeri, ma anche da quelli di famiglie italiane, grazie all'ottima forma di educazione. In pratica la Scuola, la Congregazione evangelica e la Società Svizzera furono, nell'Ottocento, i tre poli attorno ai quali ruotava la comunità di origine protestante livornese.
Successivamente la Comunità, pur costretta a rinunciare ai servizi di un proprio pastore, tuttavia non si sciolse, rivolgendosi invece ai buoni uffici della Chiesa Valdese.
Nel 1840, in accordo con la Nazione greco-ortodossa venne acquistato un appezzamento di terreno lungo la via Erbosa (oggi via Mastacchi): l'area orientale fu destinata agli ortodossi e quella occidentale alla Congregazione Olandese-Alemanna.
Nel giardino Olandese-Alemanno di via Mastacchi a Livorno sono sepolti diversi cittadini di origine svizzera, al centro del piccolo camposanto si trova un originale monumento esagonale in ricordo del centenario della Società Svizzera di Livorno.
Il mausoleo del cimitero in questione evidenzia il fatto che la Congregazione che lo gestiva continuava ad essere formata da membri di varie nazionalità, ma in pratica la stragrande maggioranza faceva riferimento alla professione di fede della comunità elvetica di indirizzo riformato. Alcuni svizzeri sono sepolti nel cimitero vecchio degli Inglesi di Livorno, perchè esso offriva riposo non solo ai cittadini inglesi ma anche a quelli di altre nazionalità, in quanto esso aveva le funzioni anche di cimitero protestante riformato. Nel 1827 la Chiesa Evangelica Riformata Svizzera costruì un suo cimitero a Firenze (sulla strada di Fiesole). Prima di allora i non cattolici e non ebrei che morivano a Firenze potevano essere sepolti solo a Livorno, nell'antico Cimitero degli Inglesi.

Prima della nascita del circolo svizzero, a Livorno dunque, esisteva già una “Congregazione Olandese-Alemanna” che raggruppava nel suo seno diverse nazionalità, tra le quali appunto anche una consistente componente svizzera dei cantoni tedeschi e francesi. L'ordinamento della Congregazione era regolato da determinati “Statuti” risalenti addirittura al Seicento. La Congregazione o “Nazione Olandese-Alemanna” esisteva dal 1605 con lo scopo di mantenere e conservare tra i membri e le loro famiglie il culto evangelico e difendere i loro beni e i diritti concessi loro dai Granduchi. Di questa Congregazione (olandesi, tedeschi, danesi e norvegesi) potevano far parte anche persone di altra nazionalità.
In seguito, nel 1822 la Nazione in questione venne rifondata con Statuti Nuovi” e già nel 1832, tra i componenti della Congregazione Olandese-Alemanna di Livorno troviamo numerosi svizzeri.   

Anche nel 1858 tra i componenti della nazione Olandese-Alemanna troviamo molti svizzeri, per cui essi ritennero necessario costituire organismi societari ed assistenziali autonomi dalle altre nazionalità. Ciò nonostante, diversi cittadini svizzeri acattolici rimasero membri effettivi della Congregazione, tanto è vero che nel 1864 governatore ad interim della Nazione olandese-alemanna era ancora uno svizzero Gustavo Muller e alla data del 20 dicembre 1920 erano ancora componenti la Congregazione diversi svizzeri.
Il tempio Olandese-Alemanno (1864) di Livorno, era frequentato dai cittadini svizzeri di confessione riformata. Grazie alle Livornine potevano godere della tutela e della liberalità che permettevano loro di svolgere pressochè liberamente la loro professione di fede evangelica.
L'amico del Foscolo, Giovanni Paolo Shultesius (pastore luterano, compositore, pianista e segretario della classe di belle arti dell'Accademia delle Scienze, Lettere ed Arti di Livorno), di cui il 18 aprile 2016 a Livorno si è celebrata un'intera giornata in memoria dei 200 anni dalla sua dipartita, era spesso presso la Congregazione Olandese-Alemanna di Livorno, ove era solito predicare.
Del resto la Congregazione era centro di raccolta e circolazione di idee. Vi si incontravano diversi riformati svizzeri, ma oltre a persone di elevata cultura, nella comunità labronica era presente anche una componente popolare, costituita di montanari dei Grigioni e del Ticino, per i quali la Congregazione inaugurò persino un culto in italiano.


Stemma del Circolo Svizzero di Pisa e Livorno

LA SOCIETA' SVZZERA E IL CIRCOLO SVIZZERO. Essendo gli svizzeri protestanti in maggioranza, all'interno della Congregazione Olandese-Alemanna, decisero di fondare una loro propria Società (lo “Schweizer-Verein”) adottando gli Statuti della “nazione Olandese-Alemanna”. Da questa maggioranza svizzera è sorta la “Società Svizzera” di Livorno, fondata il 1° agosto del 1831 e che tra i circoli ricreativi e sociali svizzeri sorti nel mondo è la più vecchia istituzione ancora esistente. Da allora la Società Svizzera ha creato un focolare per tutti gli Svizzeri a Livorno. Al suo interno è nato in contemporanea il Circolo Svizzero e successivamente sempre al suo interno venne fondata, nel 1864, la Società di beneficienza e di soccorso svizzera di Livorno (la “Società Elvetica di Beneficenza”), la prima in Toscana.
Tale Società si preoccupava di assistere ed aiutare gli emigranti elevetici in Italia. Furono queste istituzioni e società ad organizzare le manifestazioni commemorative del 1° agosto (Festa nazionale elvetica) in cui si ricordava la madre patria con la quale i rapporti furono sempre intensi e stretti. Addirittura venne fondato un “Club Ticinese” (Circolo Elvezia) a Livorno nel 1881, a riprova della consistente presenza di svizzeri di lingua italiana in città. Il 15 maggio del 1910 avvenne l'inaugurazione della nuova sede della Società Svizzera livornese, nei locali rinnovati di via E. Rossi. Tutte queste associazioni svizzere avevano lo scopo non solo di offrire l'occasione di ritrovarsi ma anche quella di rappresentare uno strumento a cui potersi rivolgere in caso di bisogno e di necessità.
Nello Statuto della Società Svizzera di Soccorso era contenuto l'obbligo di aiutare appunto gli svizzeri bisognosi. Anche il Circolo Svizzero di Livorno fu benemerito nel campo assistenziale, anche a favore della popolazione italiana, in particolari e tristi circostanze quali il terremoto di Messina nel dicembre 1908 e le due guerre mondiali.

Punto di riferimento dunque degli svizzeri a Livorno fu il “Circolo Svizzero”. In esso vi era un salone da ballo e qui venivano organizzate feste conviviali e simili. Vi erano anche giochi e svaghi per tutti ed un proprio circolo per il gioco delle carte, nonchè pranzi, cene e partite di bowling.
Vi era anche un'attività teatrale con recite e rappresentazioni varie. L'edificio, ancora esistente e di proprietà della Società Svizzera e del Circolo, è collocato in via E. Rossi (via della Pace sino al 1898), ed oltre che sede del Circolo fu anche sede del Consolato e della Società Svizzera di Soccorso.
A Livorno infatti, venne anche istituito un Consolato svizzero nel 1809: era operante in tutta la Toscana ed era il quarto sorto in Italia (dopo Milano, Genova e Trieste). Esso venne abolito soltanto nel 1938.
Da questa data funzionò soltanto una Agenzia consolare che fu operante sino agli anni settanta con sede in via E. Rossi ed infine in via Marradi (presso il Grattacielo Attias).
Attualmente a Livorno in via Ernesto Rossi 34, esiste la Società Svizzera di Soccorso, di cui è presidente Margherita Wassmuth, e il “Circolo Svizzero” di Pisa e Livorno di cui è presidente Marie-Jeanne Borelli. Nella stessa sede inizierà prossimamente la sua attività la scuola d'infanzia svizzera.

GLI SVIZZERI E I LORO VALORI: BENEFICIO PER LIVORNO. È un fatto che grazie anche alla natura davvero unica della nazione elvetica frammentata in più lingue, culture e confessioni religiose e di fede, Livorno, col suo carattere interculturale, non poteva che riuscire congeniale grazie appunto alla consolidata presenza delle nazioni estere con le quali gli svizzeri interagirono a più livelli, specie con quelle con le quali esistevano legami culturali e linguistici più diretti.
Resta il fatto che a Livorno gli svizzeri pienamente integrati nel tessuto sociale cittadino poterono esplicarvi le loro ancestrali attitudini all'onestà e alla correttezza, tali da proiettare gli esponenti più preparati ai ruoli di grande rilievo nella vita economica e finanziaria della città, nell'epoca di passaggio dai commerci all'industria (a cavallo tra Ottocento e Novecento).
Livorno quindi potè trarre dai suoi cittadini di origine elvetica una linfa imprenditoriale che circolò ampiamente, diffondendo gli alti valori cui gli svizzeri si sono sempre ispirati e che hanno reso la confederazione un modello di convivenza pacifica ed operosa.
Esaminando l'apporto degli eventi e della cultura svizzera a Livorno nella storia, riusciamo a comprendere quanto grande sia stato il deterioramento valoriale e culturale dato dal venir meno o almeno dal contrarsi drasticamente della comunità “ad alto valore aggiunto” come nella fattispecie quella elvetica a Livorno.
Abbiamo così visto che a Livorno nella storia, la presenza svizzera e in particolare ticinese è di rilievo. A partire dal Seicento numerose famiglie svizzere decisero di stabilirsi nella fiorente città portuale toscana, contribuendo fattivamente al suo sviluppo economico e culturale. I ticinesi a Livorno furono attivi in particolare nel settore bancario, delle assicurazioni e del commercio, ma non solo, grazie al loro ingegno e alla loro infaticabile opera in numerosi ambiti.


Delegazione dei comuni svizzeri di Centovalli e Terre di Pedemonte in visita a Livorno in occasione della sottoscrizione del Patto di amicizia con gli Svizzeri sottoscritto nel febbraio 2016


Ci sono numerose ragioni che hanno spinto gli svizzeri a emigrare verso la città toscana di Livorno. La prima è legata al dna dei Ticinesi, e cioè al fatto di essere un popolo d'artisti. Anche Livorno, come peraltro molte città italiane, non fa eccezione, anzi: nei maggiori monumenti della città vi è la presenza di artisti provenienti dal Ticino.
Un'altra ragione è legata allo spirito imprenditoriale. Giunti come facchini agli inizi del Seicento per il trasporto delle merci del porto, i migranti delle Terre di Pedemonte, delle Centovalli e di Ronco sopra Ascona nel giro di pochi anni acquisiscono il monopolio del servizio.
I Medici che avevano gia sperimentato la lealtà e la bravura di personale proveniente dal Ticino, non esitarono a servirsene anche a Livorno, ed essi dimostrarono affidabilità “svizzera” nello svolgimento del loro lavoro tanto umile quanto fondamentale per lo sviluppo della città.
Lavoro duro ma sicuro, che ha permesso ai Ticinesi di mantenere le loro famiglie in patria creando una sorta di trait d'union fra la città labronica e il Ticino, introducendo nel proprio Cantone usi e costumi toscani.
È grazie a questi lavoratori se nel corso della storia è continuata una migrazione verso Livorno, certo non più come facchini, ma soprattutto come operatori commerciali, legati in particolare all'industria marittima.  
Le comunità di questi villaggi hanno nel tempo beneficiato delle cospicue elargizioni per opere pubbliche, provenienti da questi lavoratori che compaiono sotto la sigla B.D.L. Benefattori di Livorno, tutt'ora riscontrabili.
Gli Svizzeri, insomma, concorrono con il loro spirito imprenditoriale a rendere florida l'economia della città labronica. Un'altra ragione è la vocazione all'internazionalità. E' la serietà nel lavoro, lo spirito di iniziativa e la capacità di adattamento e di integrazione a far si che gli Svizzeri abbiano potuto nel corso della storia vivere da protagonisti la loro migrazione in terra straniera, partecipando insieme nel governo delle istituzioni commerciali, culturali e sociali. Grazie a quello spirito di intraprendenza e a quei valori di solidarietà, affidabilità e attaccamento al lavoro a cui si sono da sempre ispirati.

OGGI. Sul fondamento delle sue origini e della sua storia passata, Livorno vuole guardare al presente e al futuro. Occorre riscoprire la vocazione interculturale e internazionale della città, nella quale nel tempo hanno convissuto esperienze di “nazioni” diverse.
Le Leggi liburnine, mai abrogate nel corso dei secoli, hanno consentito la convivenza dei popoli di diversa provenienza, soprattutto quelli perseguitati, facendo della città di Livorno un modello di convivenza pacifica ed operosa.
Livorno, nella felice riscoperta delle proprie origini e dei popoli che l'hanno costituita e da cui discendiamo, ha felicemente sottoscritto il 12 febbraio 2016 un patto di amicizia con i comuni di Centovalli e Terra di Pedemonte, per i quali il mito della città di Livorno resta tutt'oggi scolpito nella memoria delle persone e delle molte famiglie di questi villaggi.
La sottoscrizione è stata solo l'inizio di un percorso di crescita e di fecondo scambio culturale, intrapreso nell'estate 2015 con la mostra di immagini fotografiche del Ticino esposte alla fortezza vecchia e in occasione della festa nazionale svizzera del 1 agosto, in cui sono state proiettate sulle mura della fortezza le bandiere confederali, citando la data del giuramento di solidarietà reciproca.
Riconoscendo agli svizzeri l'attitudine all'onestà e alla correttezza e alla Svizzera i valori di affidabilità e serietà, di democrazia e laicità che costituiscono il fondamento della convivenza civile e del rispetto dei diritti di ogni singola persona, Livorno non potrà che trarre un immenso beneficio da questo patto di amicizia, innescando un processo di mutazione culturale che segni un risveglio della città, cominciando oggi a preparare il proprio nuovo futuro.
Questo, in sostanza, fu l’indirizzo seguito, nelle condizioni dell’epoca, durante i primi secoli dopo la fondazione; oggi è l’ora di affidarvisi di nuovo per aprire le porte al futuro.

 Enea Santaniello
(Circolo Svizzero Livorno e Pisa)