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CN - Comune Notizie N° 88 - 2014

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21 luglio 2017 - Eventi

Francesco Cangiullo futurista e non solo

F. Cangiullo, Anacronismo Napoli 1920 F. Cangiullo, Anacronismo Napoli 1920

Quarant'anni fa, era il 22 luglio 1977, moriva a Livorno Francesco Cangiullo poeta futurista, pittore, musicista, commediografo e scrittore, di origine napoletana. In città, dove si trasferì sin dagli anni Sessanta e trascorse l'ultima parte della vita, ha lasciato una traccia significativa di sé, tra dipinti, libri pubblicati e altre opere.
A ricordarlo, fino dagli anni '80, vi è infatti una lapide commemorativa apposta sulla facciata del palazzo in cui morì, in piazza Modigliani, di fronte all'ingresso dei Bagni Pancaldi, e restaurata proprio in occasione di questa ricorrenza per rendere meritatamente omaggio al grande artista.
Lo ricordiamo con questo articolo pubblicato sul n. 24 di "CN Comune Notizie" del 1998 curato da Elda Di Sacco.
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Il 22 luglio del 1977, nelle prime ore di un caldo meriggio, chiudeva gli occhi nella nostra città Francesco Cangiullo, pittore, poeta, brillante protagonista del movimento futurista, ma anche giornalista, commediografo, nonché musicista finissimo. Accanto a lui, per quanto dichiaratamente laico, vi era padre Valentino Davanzati, direttore del Centro Artistico "Il Grattacielo", con il quale Cangiullo aveva mantenuto un buon rapporto dopoché era stata rappresentata sul palcoscenico di Via del Platano una sua pièce, La cura delle rose, che riscosse un notevole successo nel dicembre del 1968. La trama si snodava sui leit-motivs dell’amore ed il triangolo dell’adulterio, naturalmente a lieto fine.

Francesco Cangiullo se ne andava da questa terra intorno ai novant’anni, in quanto asseriva di essere nato nel 1888; ma forse, per civetteria e scaramanzia di artista, se ne toglieva qualcuno, tant’è vero che alcuni attendibili biografi sostengono che aveva visto la luce a Napoli, nel 1884, al Largo Garofalo, a Chiaia, angolo vico I degli Alabardieri: ma solo il luogo e precisato da Cangiullo stesso in Una fabbrica di mobili, bellissimo racconto autobiografico di quell’ampio affresco di vita e costumi partenopei, costituito dal volume Addio, mia bella Napoli, edito da Vallecchi nel 1955. Si spense al n. 6 di Piazza Modigliani, in una casa amica, questo napoletano innamorato di Livorno, come si legge in una lapide fatta apporre nel febbraio del 1979 per conto dell’Amministrazione Comunale. Ma il fatto su cui riflettere è che, dopo una degenza all’Ospedale di Livorno, nel reparto di urologia, sotto le attente cure dei sanitari Armando Bartorelli e Pasquale Capua, e dopo un breve periodo trascorso a Roma, volle tornare a morire qui, di fronte a quel mare che tanto amava, nell’appartamento dei fedeli amici Mena Joimo e Ezio Trassinelli, che avevano accolto e trattato il poeta con grandissimo rispetto, devozione ed affetto filiale, così da aiutarlo e curarlo fino all’ultimo respiro. Ne accompagnarono anche la salma a Roma per l’estremo saluto.


Poesia pentagrammata

Ma come era capitato a Livorno il compagno di Filippo Tommaso Marinetti, il creatore delle avanguardie teatrali, il procuratore di cultura smanioso di disfarsi del vecchiume intellettuale nel quale affogava l’ltalia dei primi decenni del secolo, comparso insieme al caposcuola nel numero unico Cabaret Voltaire, uno dei luoghi mitici della rivoluzione futurista e che pure aveva abbandonato il movimento nel 1924, riavvicinandosi al "capo" solo nel 1942, per stendere insieme con lui il Manifesto futurista dell’amicizia di guerra? Insomma, come era approdato ai lidi livornesi l'autore delle Lettere Umanizzate, dell’Alfalbeto a sorpresa, della Poesia Pentagrammata, ma anche di Piedigrotta,forse il più sentito omaggio da un poeta alla città della leggendaria sirena Partenope, delle Cocottesche, prima raccolta di poesie, qualificata dalla prefazione di Aldo Palazzeschi, con la quale aderì al movimento rivoluzionario, distinguendosi sempre per originalità e coerenza sperimentale?
Si dice che toccasse le sponde di Livorno nei primi anni sessanta — Cangiullo era piuttosto restio a parlare di questo momento della sua esistenza — sulla scia dell'acuto profumo di una cantante lirica; poi rimase stregato dal mare, dal cielo, dai tramonti rossi come papaveri, tanto simili — scriveva — a quelli di Napoli ed abitando all'Hotel Palazzo, sul viale Italia, la continuazione—proseguiva—di Via Caracciolo della citta partenopea.

È risaputo che, pochi giorni dopo il suo arrivo, chiamò un taxi e chiese di essere condotto nella libreria principale della città. La vettura si fermò in Via Grande, da Paolo Belforte. Cominciarono la loro amicizia verificando che cosa ci fosse in circolazione sul Futurismo. Cangiullo si accorse che anche i libri di scuola e di attualità, in quel periodo, riportavano poche nozioni sull'interpretazione del movimento e se ne dispiacque. D'altronde la riscoperta e la rivalutazione del Futurismo non avevano ancora preso seriamente l'avvio ed il nome dello "scugnizzo" napoletano, che nei suoi primi quadri aveva messo le gambe ai numeri ed alle lettere, liberandole dalla prigione della parola, proseguendo la strada di Marinetti, che aveva sganciato i vocaboli dalla strettoia della sintassi, di questo geniale manipolatore dell'alfabeto, il nome, dicevamo, era riportato da pochissimi testi. Assai più noti invece Balla, Boccioni, Fillia, Palazzeschi, Govoni, Sant'Elia nei vari campi dell’arte.
Così Francesco Cangiullo comincio a frequentare con assiduità la libreria Belforte, dove da tempo si davano convegno, per gli indimenticabili "Incontri con l’autore", primo esempio di simili manifestazioni in città, tanti begli esponenti della cultura italiana. Cosi quello che era stato l'enfantt prodige delle Avanguardie del Novecento, cui aveva aderito in ben giovane età, conobbe lo scrittore Piero Chiara, il pittore-grafico Giuseppe Viviani, l'aereofuturista Osvaldo Peruzzi, più giovane di lui di circa vent'anni, ma oggi veramente l'unico rappresentante di questo favoloso movimento; poi il giornalista-scrittore Aldo Santini, l'altro giornalista-poeta Giamberto Baldi, cui il vecchio clown, come egli stesso si definisce, firmò un'originale presentazione ad una silloge di belle liriche nel 1974; infine i giornalisti locali M. Teresa Giannoni, Fosco Monti ed altri che allora si affacciavano alla libreria Belforte come ad un tempio della cultura; per non parlare di Luciano Caruso, che lo intervistò e che già aveva svolto sulle Tavole Parolibere del Futurismo una ricerca, pubblicata poi da Liguori di Napoli. Caruso ha scritto molto su Cangiullo anche dopo la sua morte, contribuendo a farlo conoscere ed apprezzare in Italia ed all'estero.

Al periodo livornese si deve infine la pubblicazione di Il teatro detta sorpresa, che vide la luce nel 1968, quasi per una scommessa fra l'editore Paolo Belforte e l'autore delle Dieci sintesi e di Caffè Concerto del 1918, forse l'opera più innovatrice, sia sul piano linguistico che contenutistico di chi aveva portato nel teatro futurista l'estro bizzarro del suo singolare temperamento. Cangiullo e Marinetti avevano dato alle stampe, nel 1921, il Manifesto del teatro della sorpresa, dove si enunciavano le tesi di una drammaturgia che doveva essere breve, efficace, scatenante. Nel 1931 Cangiullo aveva pubblicato a Napoli, per la Casa Editrice Tirrena, Le serate futuriste, dove fra ricordi personali e cronaca, si rievoca gustosamente il clima di entusiasmo in cui sorse e si sviluppo il teatro futurista. Paolo Belforte chiese a Cangiullo se acconsentisse a riprenderlo. L'autore rispose che non gli interessava più; ma che aveva di meglio: altri appunti e note da parte, vergati insieme al caposcuola, che mai erano usciti dal cassetto. Cosi questo "materiale misto" di Marinetti e Cangiullo veniva portato settimana per settimana dall'autore sempre attento, ironico, vivace, che ne seguì la nascita sedicesimo per sedicesimo, pezzetto per pezzetto, cosicché uscì fuori come una sorpresa per tutti; prose, poesie, canti, memorie, brevi flash sul passato e, nel centro, a colori vivacissimi, un repertorio di pièces futuriste, dinamiche, alogiche, sintetiche, atecniche, alcune delle quali furono messe in scena anche al Centro Artistico "Il Grattacielo", mentre a Firenze i livornesi Giorgio De Giorgi e Guido Paolo Marziali ne introdussero altre in un loro divertentissimo spettacolo tenutosi in uno di quei teatrini d'avanguardia che in tempi di contestazione nascevano qua e là come funghi.

Frattanto nella Cura delle rose già nominata recitarono attori giovani che fin da allora si stavano facendo un nome: il mai abbastanza compianto Sandro Signorini, il professionista Giuliano Manetti, Paolo Sinatti, Simona Del Cittadino, oggi attrice e regista della Compagnia Spazioteatro; la scenografia era firmata dal pittore notissimo Franco Sumberaz e la regia dallo stesso Valentino Davanzati. Ma il compositore di Mastu 'Ttore, una romanza di cui Strawinsky utilizzerà sei battute nel suo celeberrimo Pulcinella, a Livorno conduceva vita appartata e solitaria; qualcuno fra noi lo ricorda muoversi a passi brevi e rapidi sotto i portici di via Grande o sul viale Italia, per recarsi là da Belforte, qua nella casa di Mena Joimo, la bruna napoletana verace, allora al culmine della sua bellezza. Qui egli trovò il nido dei suoi affetti più sinceri. In questo clima Francesco Cangiullo, che, per la cronaca, aveva ricevuto i primi rudimenti del disegno dal padre Gennaro - il nonno era intagliatore di Francesco ll ed il bisnonno aureo intagliatore della Reggia di Caserta - raccolse i pennelli deposti da tempo ed insegnò anche a Mena a dipingere.

Lui non ricucì alcun filo con il Futurismo. Cangiullo non rifarà mai ii verso a se stesso - soleva dire. I suoi soggetti furono "passatisti": il mare, la piazzetta e la chiesa di San Iacopo, fiori; oppure ricordi che balzavano vivi dal vissuto napoletano: le Grotte di Capri, il golfo di Margellina, con Mena sovente dea ed ispiratrice. A Livorno riprese anche, prima della demolizione, la vecchia casa di Mascagni, che aveva conosciuto ed ammirato a Napoli, e sul quale aveva scritto un simpatico elzeviro in Addio, mia bella Napoli. Comunque anche in parecchi di questi quadri si risente la zampata del leone. Le finanze di Cangiullo in quegli anni non erano molto floride. Viveva con quel poco incassato dalla vendita delle tele e dai proventi che gli giungevano dalla collaborazione con "Il Mattino" di Napoli e con "Il Tempo", guidati, rispettivamente, da due ben noti direttori: Giovanni Ansaldo e Renzo Angiolillo, per i quali l'autore delle Cocottesche e del Sifone d'oro ripescava le perle del suo passato di artista napoletano o attingeva al suo presente livornese, cosi come accadde quando descrisse l'intensa attività della Libreria Belforte o la annuale fuga mondana di Mena a Sanremo, per le serate del Festival.

Anche per i diritti d'autore c'era poco da scialare, nonostante Vanni Scheiwiller avesse ripubblicato un suo singolare romanzo, Nini Champagne, che si richiamava al periodo più combattivo e turbolento del Futurismo. Il romanzo costituì anche la traccia di un film, al quale fu cambiato nome, escludendo così Cangiullo dai diritti d'autore. Però Mena Joimo ed il marito Ezio Trassinelli non trascurarono mai quello che essi chiamano anche oggi con grande rispetto "il Maestro" o "il Poeta" ... Il quale, nel frattempo, creava per lei una serie di poesie d'amore e di lettere appassionate; era un epistolario di stile passatista, in cui non mancavano espressioni audaci. Giocoliere e funambolo della parola com'era, insiste a lungo su questo tema. E Mena, intelligente e lusingata, stette al gioco. Così ora è in possesso di un fascio di documenti che potrebbero costituire, in un domani, un romanzo moderno d'amore autobiografico, quasi l'ultimo sussulto di chi riviveva in quei fogli e in quelle espressioni appassionate anche antichi amori dei tempi in cui si scopriva geniale manipolatore dell'alfabeto.

Nel ventennale della morte di Cangiullo solo un articolo su "La Nazione" in cronaca di Livorno, non firmato, ha rammentato l'avvenimento ed i lunghi anni trascorsi nella nostra città da questo "gentiluomo dell'arte". Altri articoli sono apparsi sul "Tempo" e su "Roma", alcuni giorni dopo l'anniversario. Dieci anni or sono fu inoltrata all’Amrninistrazione Comunale la proposta di tributare onoranze e riconoscimenti a Francesco Cangiullo, la ripetiamo oggi da queste pagine. Sarebbe, a mio avviso, un modo per riprendere un discorso sul Futurismo, iniziato tanti anni or sono a Livorno allorché Marinetti soggiornava nella villa di Primo Conti ad Antignano e non era difficile vederlo, sul moletto della villa, tutto vestito di bianco, come allora si usava; ed ancora i lunghi periodi trascorsi all'Elba nella bella residenza della famiglia Foresi: come traccia di questo episodio possiamo citare i volumi d'arte, con dedica personale di Marinetti, conservati nella Biblioteca Comunale di Portoferraio. E si potrebbe riparlare di Virgilio Marchi, fratello dello scrittore Riccardo, che conobbe Cangiullo a Capri nel 1922, ma già nel 1919 aveva pubblicato su “Dinamo" (luglio-agosto n.6) il manifesto L'architetto futurista.

Né dovremmo dimenticare che la galleria livornese "Bottega d'arte", nella storica sede di via Indipendenza, ospitò nel 1934, per iniziativa del proprietario e direttore Gino Belforte, una grande mostra futurista cui parteciparono circa quaranta pittori e scultori fra i più grandi nomi del movimento. Gli storici hanno reso giustizia a certi fatti, dimostrando che Futurismo non significò per tutti confluenza nel Fascismo. Restando a Cangiullo, lui che un tempo si era avvolto nella bandiera tricolore per testimoniare nel 1914 il suo interventismo, non prese mai la tessera del partito fascista. Futurismo è avvenirismo, è slancio verso ii domani - diceva - fascismo è passatismo. Siamo su due piani completamente diversi.

Mi auguro vivamente che qualche iniziativa qualificante venga presa per ricordare degnamente l'artista napoletano entrato da tempo nelle enciclopedie, nei testi "sacri" di storia dell'arte, nelle rassegne più eclatanti, in Italia ed all'estero, del movimento futurista; oggetto di tesi di laurea che hanno come argomento anche i soli anni livornesi, giudicati oggi molto importanti. Ma presto; perché sembra sempre che ci sia tanto tempo e poi il tempo si sgretola nelle nostre mani.

Elda Di Sacco