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CN - Comune Notizie N°82 - 2013

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La speranza tradita dei giovani

"I giovani non sono dei rivoluzionari. Il fatto di trattarli come una generazione da sacrificare è insopportabile e stupido". 

Gli ultimi dati dell’Ocse sono chiari. Nei paesi industrializzati i giovani senza lavoro tra i 15 e i 24 anni sono oggi 11 milioni.
Di questi almeno 23 milioni hanno abbandonato anche gli studi, e non sono impegnati in nessuna attività di formazione. Hanno gettato la spugna. Più precisamente, in Grecia e in Spagna fra gli under 24 c’è oltre il 50% di disoccupati. In Italia la percentuale è quasi del 40%.
È una situazione insopportabile. Anche perché la possibilità di esercitare un lavoro, e il prepararsi a svolgerlo adeguatamente mediante un periodo di studio, erano considerati nella mentalità comune la condizione posta dalla nostra società per essere inseriti all’interno delle sue strutture.
C’era un tacito patto che veniva offerto, soprattutto ai ragazzi, dalla società stessa: tu entri nel mondo accettandone le regole, e io ti offro la possibilità di vivere in questo stesso mondo permettendoti di realizzare in esso le tue aspirazioni.
Ma oggi – lo dimostrano i dati che ho appena citato – proprio questo patto viene tradito.
Oggi viene tradita la speranza. E rimane spazio, invece, per azioni violente: come sta accadendo anche a Livorno.

D’altra parte i nostri ragazzi, per lo più, non sono dei rivoluzionari. Non contestano le strutture sociali in cui si trovano inseriti e nelle quali aspirerebbero a essere inseriti sempre meglio. Per questo, a maggior ragione, il fatto di trattarli come una generazione da sacrificare è insopportabile e stupido. È insopportabile, perché profondamente ingiusto. È stupido, perché si causano reazioni in coloro la cui rabbia non era certo necessario provocare.
Detto così, pare che da questa situazione non vi sia via d’uscita.
Anche perché trovare una via d’uscita sembra non dipenda da noi. E in buona parte ciò è vero. Io stesso ho parlato, finora, di società e di strutture sociali; ho fatto uso, per indicare chi ha tradito le giovani generazioni, del "si" impersonale; mi sono riferito a dati statistici e a quanto è percepito dalla mentalità comune. Sembra dunque che, della situazione descritta da questi discorsi generali, alla fine nessuno sia responsabile.
Perché in qualche modo lo siamo tutti, ma in realtà nessuno si ritiene tale.

E tuttavia sono i nostri figli, i nostri parenti, i nostri amici a essere coinvolti in questa situazione: persone che hanno tutte un nome e un cognome, un volto, una relazione con noi. E della stessa situazione di crisi, sotto altri profili, anche noi subiamo le conseguenze. Anche noi siamo a rischio di cedere alla rabbia o alla disperazione.
Ma distruggere non serve a nulla. Non ci si confronta con l’ingiustizia inventandosi dei nemici. Si esce da questa situazione, si può provare a farlo, solo se ciascuno cerca di volgere in positivo l’attività che gli compete; cerca cioè di costruire, per sé e per gli altri. Si esce da questa situazione, in altre parole, solo se non si getta la spugna, solo se non si rinuncia ad agire: qualunque sia quest’attività.
Certi comunque che l’agire responsabile di ciascuno è in grado di cambiare la condizione di tutti: anche quella struttura di rapporti oggi così disastrosa.

Adriano Fabris
(docente di filosofia morale all'Università di Pisa ed esperto di comunicazione)