Livorno o meglio Leghorn, inglesi in città nel primo Seicento
"Veduta d'altra parte di Livorno, e punta del Molo" da "Collezione delle più belle vedute della Città e Porto di Livorno" - Arnaldo Forni Editore (umilmente dedicate all'illustrissimo signore FEDERIGO ARNOLDO CLARKE gentiluomo inglese, scudiere e cavaliere dell'Ordine del Giglio - dalla dedica)
Winston Churchill, nelle sue “Memorie”, - siamo nell’agosto del 1944, le divisioni alleate si erano attestate sull’Arno e la Quinta Armata in città - scrive: "volli visitare il porto di Livorno che tanta parte aveva avuto nella storia della nostra Marina".
A quel tempo “Leghorn”, Livorno, era non propriamente un cumulo di rovine dovute ai bombardamenti (ma quasi), eppure nell’animo di quel grande statista scaturì impellente il desiderio di tornare sui luoghi dove "tanti suoi connazionali avevano, tanti anni prima [secoli addietro], combattuto, trafficato, studiato, messo le radici, scritto romanzi, dipinto quadri" (1); nei posti dove la “British Factory”, assieme alle altre nazioni, aveva contribuito alla trasformazione di un piccolo villaggio fortificato e malarico, posto sulle coste settentrionali del Mar Tirreno, in quella che sarebbe diventata poi la città di Livorno.
La storia di Livorno, infatti, è anche la storia delle sue comunità straniere, di questa presenza forestiera, nel suo vivacissimo e conflittuale intreccio di rapporti mercantili, sociali e religiosi, un caleidoscopio di razze che fecero dei livornesi dei “toscani per modo di dire” e della città, la cui popolazione iniziale, grazie al loro apporto, decuplicò, una “piccola America ante litteram”, tanto che dovendosi assicurare la pacifica convivenza di comunità, tanto diverse l’una dall’altra, le leggi promulgate dai Medici servirono da base per alcuni articoli della Costituzione degli Stati Uniti d’America (1).
Le genti che vennero a Livorno, provenivano da tutti i porti del Mediterraneo e appartenevano a tutte le razze e a tutte le religioni.
Si emanarono leggi, “la più nobile legislazione di Ferdinando”, per "accrescere la mercatura, fertilizzar le campagne, rendere al clima la salubrità, promover l’industria e invitare i popoli di altre nazioni a stabilirsi in Toscana. (…) Le sue leggi corrispondono esattamente alle di lui imprese, fra le quali l’accrescimento e popolazione di Livorno è quella che renderà in Toscana immortale il suo nome. Le immense spese fatte per ampliare quel Porto, e arricchirlo di fabbriche e di comodi, le industriose premure per attirarvi delli abitatori di qualunque nazione, e i soccorsi somministrati ai medesimi per intraprendere la mercatura dimostrano la grandezza dell’animo e i talenti di questo Principe"(4).
A Livorno, i primi inglesi giunsero “sul volgere” del XVI secolo; le navi che vi approdarono portavano merci direttamente dall’Inghilterra che dovevano essere vendute per consentire poi l’acquisto, nei porti dell’Italia Meridionale, Egitto e Turchia, di tessuti, vino, spezie e olio da rivendere in patria.
Fu proprio in quel periodo che, numerosi capitani inglesi di navi, restati ormai disoccupati dalla pace con la Spagna, siglata da Giacomo I, dopo la morte di Elisabetta, fecero vela per il porto di Livorno mettendosi al servizio del granduca Ferdinando I: i nomi dei pirati e corsari Ward, Richard Gifford, Robert Thornton tornano costantemente nelle cronache dei primi due decenni del '600(3).
Questo stuolo di marinai, mercanti, avventurieri, cattolici perseguitati e protestanti dissidenti decisero di eleggere la città labronica a propria dimora e ai granduchi la cosa non spiacque affatto in quanto avrebbe loro consentito di potersi accaparrare con maggiore facilità i carichi delle navi predate dai connazionali e di ottenere un maggiore guadagno dalla vendita dei diritti di corseggio. Così i nuovi residenti furono “per concessione sovrana” inseriti nel tessuto socio-politico della città labronica; così uno di loro, Thomas Hunt, capitano di mare e secondo console della colonia inglese, più noto, al tempo, col nome di “Tommaso Untò”, divenne uno dei primi cento cittadini e poté sedere fra gli Anziani della Comunità; così la colonia inglese, durante tutto il XVII secolo, crebbe di numero e di importanza (2).
È con ogni probabilità solo con gli anni '20 del ‘600 che si può iniziare a parlare propriamente di una comunità inglese strutturata a Livorno e si può forse utilizzare proprio il 1621, e la nomina a console della nazione inglese di Richard Allen, come cesura cronologica tra una prima fase della [loro] presenza a Livorno, pur importante ma dai caratteri ancora incerti e indefiniti, e una nuova fase in cui la presenza delle case mercantili inglesi in città andò progressivamente acquistando importanza, sia per l'economia cittadina, sia per il mondo economico e politico inglese.
Se nei decenni a cavallo della fine del '500 gli inglesi a Livorno erano in massima parte capitani - spesso proprietari delle loro navi -, a partire dagli anni '20 la nazione inglese è composta essenzialmente da agenti commerciali di compagnie con sede a Londra e da doviziosi mercanti e armatori, diventando nel giro di pochi anni la più importante delle comunità inglesi in Italia e superando per consistenza numerica quelle di Venezia, Genova e Napoli (3).
Le "Livornine" del 1591 e 1593, con l'invito rivolto agli stranieri, quindi anche agli inglesi, a stabilirsi a Livorno, avevano concesso loro una relativa "tolleranza" religiosa. "Quel Porto era allora l’asilo universale; tutti gli Assassini del Regno e della Lombardia, i Pirati di Mare, e gli scelerati che scampavano la pena vi trovavano il rifugio e la sicurezza; quivi si purgava ogni macchia delle loro azioni" (4). Ma Livorno era anche la meta ambita di quanti erano perseguitati a causa del loro credo religioso o che, praticando la mercatura, avevano scelto di dimorarvi, trovandosi a professare una fede diversa da quella cattolica ufficiale. Spesso, membri delle varie comunità, di diversa estrazione sociale, finirono per rimanere presi tra le maglie della rete dell’Inquisizione romana, attenta e molto capillarmente diffusa in tutto il territorio granducale: "si vide nello Stato la Giurisdizione Ecclesiastica preponderare a quella del Principe (…) il Tribunale dell’Inquisizione [esercitare] il suo furore senza ritegno; frequenti (…) furono (…) i processi, le confiscazioni e le pene" (4) e queste cose non fecero che acuirsi con la morte di Ferdinando I e l’ascesa al Granducato di Cosimo II.
Nel complesso però la comunità inglese poté godere a Livorno di libertà ampie in ambito religioso. E se vi furono casi di inglesi processati e condannati dall'Inquisizione questi non sono numerosi.
Di fatto a Livorno veniva concessa ai mercanti protestanti la possibilità di professare la propria religione senza essere molestati, a condizione però di non fare proselitismo o di non dare “scandalo” con il loro comportamento. Pertanto anche un rapido sguardo alle carte dell'Inquisizione conservate presso l'Archivio Diocesano di Pisa, mostra che i non numerosi documenti riguardanti inglesi residenti a Livorno sono in massima parte brevi verbali che registrano abiure dal protestantesimo e conversioni al cattolicesimo.
Generalmente interventi di tenore differente da parte dell'Inquisizione si riscontrano solo in presenza di denunce di italiani contro inglesi con cui si segnalavano manifestazioni pubbliche di adesione al protestantesimo quali il mangiare la carne nei giorni di precetto o il pronunciare frasi irriverenti nei confronti della Chiesa cattolica. Anche in questi casi però raramente si andava al di là della registrazione della denuncia e dell'audizione di alcuni testimoni. Ovviamente non era difficile per i protestanti inglesi, [tradizionalmente avversi ai papisti], valicare l'indefinita e astratta linea che divideva i comportamenti considerati leciti da quelli ritenuti scandalosi dall'Inquisizione.
I margini di effettiva libertà religiosa di cui potevano godere erano infatti frutto di numerosi e variabili fattori. Da un lato c'erano le autorità medicee, sia locali sia centrali, che volevano favorire in ogni modo la doviziosa comunità di mercanti, senza però entrare esplicitamente in conflitto con le autorità ecclesiastiche, e in primo luogo con l'Inquisizione romana. Dall'altro lato c'era la Chiesa cattolica con le sue molteplici articolazioni che spesso avevano atteggiamenti diversificati: non era raro che le istituzioni ecclesiastiche e inquisitoriali locali avessero un atteggiamento più "indulgente", nei confronti di atteggiamenti anticattolici, da parte degli inglesi di Livorno, di quello delle autorità centrali, meno immediatamente condizionate dalle ragioni della politica (3).
La storia, dunque, non è mai dipinta a tinte così nette, e proprio sul primo ventennio del Seicento livornese, la storica, Barbara Donati, ha raccolto nel suo libro, Tra Inquisizione e Granducato. Storie d’Inglesi nella Livorno del primo Seicento - presentato giovedì 14 giugno, alle ore 17, nella "Sala degli Specchi" di Villa Mimbelli -, quello che è stato il frutto di pazienti e laboriose ricerche condotte su documenti del Tribunale dell’Inquisizione e degli Archivi granducali. Sviscerando e facendo interagire tra di loro le trame “occulte” delle deposizioni, il particolare momento di congiuntura storica e l’evolversi del rapporto tra Stato (granducale) e Chiesa (di Roma), questa giovane storica è forse riuscita a capire per quale strana alchimia un inglese potesse essere processato come eretico e uscire di prigione per varcare la soglia della sala del Governatore della città di Livorno in qualità di viceconsole della sua, ormai, ricca e numerosa Nazione.
La sua articolata analisi prende come soggetti quelli di una realtà umana variegata e composita, la stessa che andava immancabilmente a riflettersi nel microcosmo del processo inquisitoriale a cui si dovevano sottoporre, [se presi in fallo], gli “eretici” inglesi.
E col passare degli anni la presenza inglese [a Livorno] si istituzionalizzava, acquistava un diverso status e pretendeva privilegi speciali - poter celebrare i propri riti religiosi, disporre di un proprio luogo di sepoltura - segno di un rapporto diverso tra i poteri politici dei due stati [il Granducato e la Chiesa di Roma] e di una crescente egemonia della marina inglese sui percorsi mediterranei (5).
Nel libro della Donati si raccontano le storie di un piccolo campione d’umanità prendendo i documenti processuali come un punto di partenza per capire la storia di cui quei fascicoli conservano le tracce (…). I verbali di un processo criminale raccontano storie dal forte sapore di verità (…), qui l’incalzare delle domande del giudice e delle risposte del “reo” fanno entrare il lettore nel vivo delle cose (…). La sentenza del giudice chiude l’intera storia, quella processuale e quella raccontata dallo storico. Al centro di queste storie ci sono figure di pirati e di mercanti inglesi che si avventurarono nel Mediterraneo e trovarono nel porto di Livorno e nella politica dei granduchi medicei un punto di riferimento e uno stimolo per fare di questa incipiente città portuale una loro base. Ma per poter vivere le proprie esistenze e condurre avanti i propri affari, imperativo sarebbe stato il “dissimulare”.
Gli inglesi lo sapevano e per lungo tempo si attennero a quei consigli di prudenza che le autorità livornesi rivolgevano loro. Andavano “in chiesa cercando di salvare molto bene l’apparenza, essendosi infino accostati, o fatto vista d’accostarsi a una panca, per appoggiar il ginocchio nel momento della levata di Nostro Signore” (5).
In conclusione, questa è l’idea, mia, esclusiva e del tutto personale, che mi sono fatta ascoltando quanto è stato detto durante la presentazione del libro di Barbara Donati, in merito alle vicende inquisitoriali toccate in sorte ad alcuni membri della comunità inglese a Livorno, durante la prima metà del Seicento: su un numero abbastanza limitato di essi si accentrò lo sforzo dell’autorità ecclesiastica di uniformare, di appiattire, il singolo modo di essere, di percepire e di credere. Così si sperava di ottenere un fronte compatto, un oleografico strato umano al di sotto del quale le schegge impazzite erano costituite da quanti cercavano invece di spezzare, deliberatamente o meno, gli schemi imposti, finendo per rimanere presi nelle maglie di quella Istituzione creata apposta per difendere e reiterare l’ortodossia della Chiesa romana.
L’avvicinarsi il più possibile alle devozioni cattoliche fu lo strumento scelto per controllare la gente, per standardizzare il loro modo di avere fede, per costringerle a dissimulare, conducendole, spesso solo apparentemente, alla condivisione di un opportunistico credere comune e di un medesimo senso di partecipazione… quel vivere una esperienza di comunità che è lo stesso che porta persone diverse a riunirsi, davanti ad un televisore, per seguire le sorti di una partita di calcio “stanchi di vivere in incognito in una delle città più ricche di diversità religiose”.
Giovanna Treglia Biagi
Nota per le citazioni
- (1) C.LULLI, Il Tirreno, 22 settembre 1979.
- (2) C. PIAZZA, Il Tirreno, 22 settembre 1979.
- (3) S.VILLANI, “Una piccola epitome di Inghilterra”. La comunità inglese di Livorno negli anni di Ferdinando II: questioni religiose e politiche, Questioni di storia inglese tra Cinque e Seicento, Cromohs, 8 (2003): 1-23
- (4) R.GALLUZZI, Istoria del Granducato di Toscana, Tomo terzo, Libro quinto; Tomo quarto, Libro settimo, Cisalpino-Goliardica, Ristampa anastatica, Milano 1974.
- (5) B.DONATI, Tra Inquisizione e Granducato. Storie d’Inglesi nella Livorno del primo Seicento,“Tribunali della Fede”, Serie diretta da Adriano Prosperi, Edizioni Storia e Letteratura, Roma 2010.