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CN - Comune Notizie N° 88 - 2014

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12 marzo 2012 - Eventi

Noi chiamammo libertà - Canti di lotta sociale e politica livornesi

“I volontari livornesi” Cesare Bartolena (particolare) Olio su tela cm 110*241 “I volontari livornesi” Cesare Bartolena (particolare) Olio su tela cm 110*241

Articolo tratto dall'archivio di Comune Notizie (n.4 - Settembre/Dicembre 1992)

Le radici lontane del nostro essere si possono cogliere in molti modi, poiché la storia si compone di una miriade di aspetti, che meritano tutti di essere studiati, considerati, ricordati. Anche dai canti di lotta sociale e politica si possono trarre importanti indizi, e conferme, di quanto la memoria storica ci ha tramandato, per altre vie. Dall'epoca giacobina agli inizi del nostro secolo ad esempio è possibile leggere la scansione degli avvenimenti attraverso l'espressione poetica canora popolare, che in buona parte è affidata alla tradizione orale, ma che può essere ricostruita, entro certi limiti, con qualche sforzo, ricorrendo anche alle poche fonti scritte reperibili.
È un lavoro non solo divertente, ma anche sacrosanto.
Importante è disporsi ad un lavoro del genere con la voglia di conoscere e ricostruire, e magari in un secondo tempo riascoltare quanto il popolo ci ha tramandato, e che topi d'archivio canterini vanno a tirar fuori, spulciando tra vecchie carte. Così è nato un mio breve saggio.
Noi chiamammo libertà (destinato non solo ad essere letto, ma anche cantato in pubblico), di cui queste note sono una minima sintesi.
Quanto da me ritrovato risulterà ignoto alla maggior parte dei lettori: soprattutto perché il dato musicale si disperde nella parola scritta, che risulta storicamente privilegiata rispetto a quella cantata, che è depositaria di una memoria diversa, che si tramanda per vie diverse, ed è ricca di contenuti evocativi del tutto differenti.
Precisiamo intanto che canto popolare in sé e per sé, quello insomma scritto, o meglio composto dal popolo per se stesso, è qualcosa di quasi inesistente.

Di solito infatti i canti che nella storia d 'Italia riconosciamo come popolari sono scritti per il popolo, ma da cantori dotti, che si elevano di almeno un gradino al di sopra della moltitudine degli ignoranti.
L'analfabetismo in Italia è un fatto di massa almeno fino alla prima guerra mondiale. Altri poi sono testi canori, in genere musicali, che il popolo adotta e magari rielabora, ma che non sono scritti né da lui né, spesso, per lui. È una premessa di metodo, questa, elementare, ma necessaria per evitare equivoci sul valore testimoniale del fatto canoro.


Dal 1794 in avanti, dall'epoca delle grandi speranze aperte anche nella penisola dalla rivoluzione francese il rivoluzionarismo sociale si è espresso con varia intonazione nel canto, ottimistico incitatore a rovesciamenti palingenetici, sarcastico celebratore di speranze frustrate, oppure protestatario e rivendicativo, per trasformarsi a volte in lamento per i propri morti, spesso ricordati come annuncio di vendetta storica.

Ecco dunque come i fattori storico-politici agivano nel 1794 livornese. Quattro giovani venivano arrestati, accusati di aver cantato canzoni rivoluzionarie all'Osteria dei Greci. Il fascicolo d'archivio, riesumato anni fa dal compianto Nedo Rossi, riporta i testi delle loro canzoni.
Questi quattro operai analfabeti, che aspettavano dalla Francia, dove tagliavan la testa a nobili e padroni, la vendetta delle proprie sofferenze, cantavano tra l'altro:
Madame Verteau avez promis                                         
de faire corgée tout Paris.

Madame Toilette avez resolu
E non fait tonner sor cou.                                         
   

Non so la carmagnola

vive le so' vive le so'
dican no di cannò.
                                          

Divertente sequenza che illustra la collaborazione inconscia tra inquisiti ed inquisitori, nella storpiatura dei versi del canto sanculotto, che nell'originale diceva "Madame Veto (cioè la regina, che poneva il veto a qualsiasi riforma) aveva promesso di fare sgozzare tutta Parigi (avait promis / de faire ègoger tout Paris)".
Inconsapevolmente irriverente era il seguito: la povera Maria Antonietta (Marie Antoinette avait resolu /de nous faire tomber sur le cul) diveniva, nel canto degli inquisiti, ma anche sotto la penna del cancelliere, Madame Toilette!
I quattro furono comunque condannati ad essere esiliati dal Granducato, dopo otto giorni di carcere duro. Ciò non fermò davvero la rivoluzione, visto che tre anni dopo l'albero della libertà fu eretto in Piazza Grande:
E semo livornesi - dentro di noi c'è l'osso
viva il berretto rosso - viva la Libertà.
E se triunfa la tirolese
l'albero livornese non anderà mai giù!

Ossia, viva il berretto frigio, l'emblema dello schiavo liberato che i rivoluzionari parigini issavano come insegna, e viva anche l'albero della libertà, destinato a restare anche in caso di trionfo, comunque temporaneo ed effimero, della tirolese, la dinastia dei Lorena austroungarici.

L'albero della libertà, in genere una quercia, veniva eretto in tutti i luoghi dove la rivoluzione avanzava, anche se in forma distorta e contraddittoria, sulle baionette di Napoleone. Il canto che segue, quello dei giacobini italiani, fu quello preferito da Giuseppe Mazzini, che amava cantarlo accompagnandosi sulla chitarra:

Or che innalzato è l'albero                                             Già reso uguale e libero
s'abbassino i tiranni                                                        ma suddito alla legge
da' suoi superbi scranni                                                   è il popolo che regge
scenda la nobiltà.                                                            sovrano ei sol sarà.

L'indegno aristocratico                                                 Giuri implacabil odio
non osi alzar la testa                                                     ai feudi, alle corone
se l'alza, allor la festa                                                    e sempre la nazione
tragica si farà.
                                                              libera resterà.

                                      Un dolce amor di patria
                                      s'accenda in questi lidi
                                      ognuno s'alzi e gridi
                                      viva la Libertà!

Sarebbe sbagliato del resto credere che l'insieme del popolo fosse schierato sempre e comunque coi rivoluzionari: in genere infatti questo è vero solo per la plebe delle città.
l contadini in genere sono conservatori: è un dato sociologico, non un giudizio di valore. E divengono spesso ferocemente antirivoluzionari: turpemente famoso fu l'esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, che annientò la Repubblica partenopea, a Napoli, nel 1799.
In Toscana nello stesso periodo scorrazzarono a lungo, facendo numerose vittime (a Siena, sei ebrei furon bruciati vivi in Piazza del Campo), i contadini aretini del Viva Maria che cantavano, sull'aria della Marsigliese:
Venite o volontari
dell'armata aretina
a voi la patria grata
gli allori preparo
Viva Gesù e Maria
l'Imperatore evviva
torni Fernando in riva
dell'Arno a dominar!

Or è placato il cielo
per mezzo di Maria
il Gallo più non sia
il nostro punitor.
Signore illuminate
i ciechi partitanti
fate che ognuno canti
"Muoia la libertà".


L'albero della Libertà, XVIII sec.

Le speranze degli inizi del secolo scorso furono sconfitte insieme con il tentativo napoleonico, anche per il tradimento degli ideali rivoluzionari operato dal bonapartismo. Ma già pochissimi anni dopo, Napoleone ancora vivo ma prigioniero a Sant'Elena, la fiamma della Rivoluzione si riaccese, anche se dapprima senza fortuna. Poco più di un decennio più tardi in Italia furono giovani liguri e piemontesi, mazziniani cospiratori, a comporre il primo dei canti post-rivoluzionari e risorgimentali, dopo lo sfortunato tentativo insurrezionale mazziniano in Savoia e Liguria del 1834:





Numi voi foste spietati
noi Chiamammo Libertà
ma i prieghi sono andati
dove manca la pietà.

Re dell'Alpi tiberino
contro noi tutti s'armò
vince vince l'assassino
e più d'uno al ciel mandò

Chi sarà che a questi accenti
non andrà con gran Valor .
e tra fuochi e tra tormenti
e tra pene e tra dolor.

S'odon voci dalle tombe
di Chantal, Boyer, Junod
E dan fiato a mille trombe
li due Bruni, Azzari, Arrò

Van dicendo: Noi siam morti
sol per man di crudeltà
vendicate i nostri torti
figli noi di Libertà.

È tutto quanto si può trovare, in materia di condensazione letteraria musicata di avvenimenti storici del nostro Risorgimento prima del '48: tra l'altro, è un indizio chiaro che il moto unitario, la rivoluzione borghese, in Italia fu a lungo una cosa d'élite, che il popolo ignorava, quando non guardava con sospetto. Per trovare materiale canoro in abbondanza, bisogna appunto giungere al biennio rivoluzionario l848/49.
I volontari toscani - studenti e professori dell'Università di Pisa, ma anche semplici popolani livomesi come Giovanni Guarducci, sacrificati a Curtatone e Montanara dagli inetti generali piemontesi per salvare le proprie truppe e i propri cavalli - a maggio cantavano:
lo vorrei che ti Metternicche
gli tagliasser le basette
vorrei farne le spazzette
per le scarpe del su' re.

Io vorrei che a Metternicche gli tagliasser le budelle
Vorrei farci le bretelle
Pel vestito del su' re

Io vorrei che a Metternicche
gli tagliassero la testa
vorrei farne una gran festa
nel giardino del su' re.

e via di seguito, amputando tutto l' amputabile dell' artefice massimo della pax austrungarica.
Mentre nei vari stati italiani il problema posto all'ordine del giorno era quello dell'unita, ed il massimo livello di discussione politica concerneva la forma istituzionale (monarchia o repubblica), di là dal Tirreno, in Corsica, le aspirazioni indipendentiste si fondevano con quelle sociali:
"Prodi figli della Corsica
valorosi d'ogni età
socialisti democratici
risorgete a libertà.
Proclamate il Socialismo!
che fratelli in Dio ci fa;
e del ricco l'egoismo
fulminato perirà..

Era Cristo un Socialista
e moria per comun ben
nacque figlio d'un artista
nella stalla, sovra il fien.
Disse al ricco "Maledetto
Sarà l'oro il tuo velen
Va`! ne' regni dell'eletto
non godrai l'eterno ben".

Il diverso grado di maturazione politica era immediatamente riscontrabile a Livorno, dove i popolani livornesi, che cominciavano a divenire proletari, cantavano sull'aria dell'Inno all'albero che era risuonato alla fine del Settecento:
E semo livornesi
veri repubbriani
lo sa anche 'r Cipriani
su noi si po' conta'.

ma anche con maggiore aggressività e con diversa chiarezza politica:
(...) la bandiera gialla e nera noi la butteremo giù
la bandiera tricolore noi l'innalzeremo su!

Livorno resistette fino all'Undici maggio del Quarantanove alle truppe austroungariche che la stringevano d'assedio, e che entrarono grazie anche alle indicazioni di Bettino Ricasoli, figura emblematica di imprenditore aristocratico, che non esito a sacrificare i livornesi, per timore di una improbabile rivoluzione sociale.
La debolezza dei democratici toscani stava proprio in questa ambiguità: i triumviri del Governo Provvisorio del '49 (Guerrazzi, Mazzoni e Montanelli) temevano anch'essi la rivoluzione, e rimasero schiacciati dalla reazione. Quest'ultima vinse, e irrideva il popolo così:
Diceva un codino
E aveva ragione
Che il re più coglione
È il popolo re.

L'infame Guerrazzi
Faceva fagotto
Diceva: Mi fotto
Del popolo re.

Se e' piatti son grossi
La gatta ci cova
Se avanzano gli ossi
Son tutti per te.

Su dite, fratelli
Dov'è Montanelli?
Su dite, minchioni,
Mazzoni dov'è?
Il re dei coglioni
È il popoli re!

Son vani lamenti
Non valgon ragioni
Se tardi ti penti
Ripeti con me:
Il re dei coglioni
È il popolo re!

La misera storia
Del danno sofferto
Ti faccia più esperto
Più degno di te!
O re dei coglioni,
o popolo re!

Ma già prima dell'impresa dei Mille il mostro della Rivoluzione sociale aveva fatto di nuovo la sua apparizione, ancora una volta a Livorno. Ce lo fa sapere un giornale moderato (il "Romito" del novembre 1859), che parla di una strofetta, recitata ad una cena da certa gente poco raccomandabile:
Una per tutti i popoli
votati alla riscossa
risplendi sui patiboli
santa bandiera rossa.

Anche se mancano attestazioni certe, non è difficile sospettare che si trattasse del frutto della predicazione di Filippo Buonarroti, il vecchio giacobino pisano che era stato rivoluzionario in Corsica, nel 1789, aveva partecipato alla congiura comunista di Babeuf del 1796, e sotto la restaurazione aveva disseminato1'ltalia di società segrete, a orientamento comunisteggiante, di cui almeno una a Livorno. Nella strofetta si ritrovano, sul piano ideologico, i germi del comunismo rivoluzionario, fusi con il suo progenitore, il giacobinismo.
V'è l'internazionalismo accanto alla riscossa degli oppressi; il colore del Terrore giacobino con l'invocazione giustizialista alla ghigliottina; la mistica della bandiera, unita al senso della missione palingenetica.

Sul piano della versificazione, poi, il fortunato accoppiamento Bandiera rossa-Riscossa continuerà ad essere presente nei canti anarchici, socialisti e comunisti del secondo Ottocento e di tutto il Novecento. Fuso con i dati più prettamente politici, rimarrà articolato in varia maniera nella produzione poetico-musicale ispirata alla lotta ed alla protesta sociale, fino ai giorni nostri.
Via via che ci si avvicina al nostro tempo, i canzonieri popolari si fanno più ricchi: in particolare, avranno grandissima fortuna sul litorale tirrenico le canzoni di Pietro Gori (che tra l'altro abito a lungo a Rosignano Marittimo), vero e proprio riconosciuto apostolo e vate dell'anarchia e, soprattutto, presente in un canto popolare autentico, lo stornello elbano:
Dimmelo Pietro Gori indove sei
che c'e l'ltalia priva d'istruzione

Pietro Gori scrisse una grande quantità di canti ed inni, molti su musiche originali, che attestano l'adesione alla cantabilità italiana di questo maestro della creatività musicale, altri su famosissime arie, come l'Inno del Primo maggio, le cui parole si adattano al più famoso coro del Nabucco di Verdi:
Vieni o maggio, t'aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori
dolce pasqua dei Lavoratori
deh t'affretta alla luce del sol.

Splende un inno d'alate speranze
al gran verde che i frutti matura
alla vasta ideal fioritura
a cui splende un lucente avvenir.

Disertate falangi di schiavi
su dai campi dall'arse officine
via dai campi dalle aspre marine
tregua, tregua all'eterno sudor.

Esempio di composizione del primo tipo invece, splendida fusione di poesia e melodia e l'Inno dei Lavoratori del mare:

Lavoratori del mar s'intoni                                  Quando con baci d'oro ai velieri
l'inno che il mare con noi cantò                            l'ultimo raggio di sol svanì
da che fatiche, stenti e cicloni                             e dentro ai gorghi dei flutti neri
la nostra errante vita affrontò.                            qualcun de' nostri cadde e spari.

Deh, canta, o mare,
l'opra e gli eroi
tempeste e calme
gioie e dolori.
O mare canta, canta con noi
l'inno di sdegno
l'inno d'amor

Sul finire del secolo passato il libretto di navigazione di certi marinai elbani portava impresse le parole dell'Inno, che è molto più lungo delle due strofe e del ritornello riportati.
Di Pietro Gori merita ricordare anche il Lamento per la morte di Sante Caserio, uno dei canti ispirati dal tirannicidio di Sante Caserio, che credette di vendicare il suo compagno anarchico Vaillant, ghigliottinato dallo stato francese, pugnalando a morte la sera del 24 giugno 1894 il presidente francese Carnot.
Arrestato, Sante Caserio fu condannato anch'egli alla ghigliottina, ed ucciso il 16 d'agosto. Aveva 21 anni.

Lavoratori a voi diretto è il canto
di questa mia canzon che sa di pianto
e che vi parlerà d'un giovin forte
che per amor di voi sfido la morte.

A te Caserio ardea nella pupilla
delle sciagure umane una scintilla
ed alla plebe che sospira e geme
donasti ogni tuo affetto, ogni tua speme!

La sua figura è rimasta nel sentimento popolare come quella d' un giovine bello e sventurato. Non fu così per Gaetano Bresci, altro anarchico italiano che iscrisse il suo nome nell'albo dei tirannicidi: ma all'inizio, il popolo non comprese il suo gesto, ed i canti coevi che lo ricordano sono quasi tutti di esecrazione.
Bresci, emigrato da Prato in America, ne tornò armato di pistola quando seppe che il generale Bava Beccaris aveva fatto sparare a cannonate sul popolo di Milano, che protestava contro l'aumento della tassa sul macinato.
Umberto I, il "re buono", per premiarlo di tale eroica azione gli conferì la croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia: all'epoca, solo una strofetta ricordò il gesto di Gaetano Bresci, che a quasi cent'anni di distanza ancora genera passioni e diatribe (si pensi alle vicende del monumento elevatogli dagli anarchici a Carrara):
L'hanno ammazzato Umberto primo
il re fucilatore:
Viva Gaetano Bresci
nostro vendicatore.

Nostra patria è il mondo intero
nostra legge la libertà
ed un pensiero
ribelle in cor ci sta.

Solo più tardi l'uccisione di Umberto I verrà interiorizzata, da settori proletari, come un atto di vendetta storica, e non soltanto come un attentato individuale dalle scarse implicazioni politiche generali.
Così, comunque, si chiudeva l'Ottocento, con le sue speranze e proteste espresse nel canto. Il nostro secolo doveva riservare alla schiera innumere dei sofferenti/per cui la vita gioie non ha altre illusioni, ed altre delusioni. Ma questa è un'altra storia.

Paolo Edoardo Fornaciari